Psicoterapia

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Effetto Westermarck ed evitamento dell’incesto – Chiara Elena Castiglioni

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

* Chiara Elena Castiglioni, Estación de investigación primatológica y Vida Silvestre (EIPyVS, México)

Abstract: Nel presente saggio si propone una revisione critica dell’ipotesi del sociologo Edward Westermarck sull’effetto della convivenza precoce nell’evitare l’incesto, il cosiddetto “effetto Westermarck”. Gli studi sull’evitamento dell’incesto nell’uomo e le ricerche primatologiche relative all’inbreeding forniscono prove a favore dell’esistenza di questo effetto, cosí come di altri meccanismi che si sono evoluti per ridurre gli effetti potenzialmente negativi dell’accoppiamento con un membro della propria famiglia. Negli ultimi anni, gli studi sulla biochimica dell’olfatto hanno iniziato a svelare alcuni dei meccanismi sottesi all’effetto Westermarck e dunque all’evitamento dell’incesto, anche se sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere l’intricato sistema biologico-conduttuale che porta l’uomo a evitare di accoppiarsi con un consanguineo.

In thispaper, we propose a criticalreview of Edward Westermarck’shypothesisregarding the effect of earlycoexistence in avoidingincest, the so-called “Westermarckeffect”. Research on incestavoidance in humans and primatologicalstudiesregarding the strategiesused to avoidinbreedingprovideevidence for the existence of Westermarckeffect, aswellasothermechanismsthathaveevolvedto reduce the potentially negative effects of mating with a family member. In recentyears, studies on the biochemistryofolfactionhavebegun to unravel some of the mechanismsunderlying the Westermarckeffect and thereforeincestavoidance, althoughfurtherresearchisneeded to understand the intricate biological-behavioralsystemthatleadshumans to avoidsexualrelationships with a blood relative.

KEY WORDS: inbreeding, primate, blood relative, mating, major histocompatibilitycomplex

KEY WORDS: inbreeding, primati, parenti, riproduzione, complesso maggiore di istocompatibilitá

Da oltre un secolo,sociologi, antropologi e psicologi hanno cercato dicomprendere le ragioni dell’incesto e le basi biologiche e culturali del suo “evitamento”[1].Il tema dell’incestoè stato affrontato facendo riferimento agli universali culturali, alle norme comportamentali, al concetto darwiniano di adattamento, agli effetti dell’accoppiamento tra consanguinei (inbreeding) e all’apprendimento precoce (l’imprintingdi K.Lorenz, 1937). Più recentemente, l’incesto è stato analizzato anche in funzione dei meccanismi biologici associati alriconoscimento della parentelautilizzati per discriminare a livello chimico-sensoriale i consanguinei da individui non imparentati. Le teorie relative alla tendenza che, storicamente e socialmente, ha portato l’uomo ad evitare di accoppiarsi con un membro della propria famiglia sono state formulate in svariati ambiti del sapere scientifico – dall’antropologia, alla psicoanalisi e alla biochimica- e propongono chiavi di lettura diverse e a volte in contraddizione le une con le altre.

Evitare relazioni sessuali con un consanguineo, ovvero l’evitamento dell’incesto, è un comportamentoadattivo edevolutivamente associato ai meccanismi di riconoscimento della parentelae al processo di scelta del partner (Erickson, 2006).Nel caso del cosiddetto “effetto Westermarck” (Fox, 1962), sulla base della convivenza durante l’infanzia, due personesvilupperebbero un’avversione sessuale che inconsciamente e istintivamente porterebbe a escludersi reciprocamente dai possibili partner (Westermarck, 1891; Rantala e Marcinkowska, 2011). Negli ultimi anni, sono state condotte numerose ricerche volte a identificare quali fossero, nello specifico, le cause prossime ed i meccanismi attraverso i quali le persone allevate assieme –imparentate o no-manifestano, a livello sessuale,una repulsione reciproca (Penn e Potts, 1998; Schneider e Hendrix, 2000; Lieberman et al, 2003; Weisfeld et al., 2003).

Le origini evolutive dell’avversione sessuale tra parenti e della tendenza a non riprodursi con i famigliari con i quali si è stati allevatisono state dimostrate dagli studi etologici sui primati non umani, ordine sociale in cui il rischio di inbreeding– termine più appropriato di “incesto”- viene minimizzato attraverso molteplici comportamenti di evitamento connessialla formazione di legami sociali durante l’infanzia(Pusey, 2004).La convivenza o co-socializzazione durante l’infanzia, però, non è la sola responsabile dell’inibizione dell’inbreeding tra i primati. Inoltre, in questi animali le relazioni sessuali tra consanguinei riportate in letteratura non devono considerarsi come una rara espressione di condotte devianti, bensì devono interpretarsi in funzione delle dinamiche sociali, e non solo strettamente sessuali, all’interno del gruppodi appartenenza.

In seguito, verranno riportate le ricerche più importanti che sono state considerate a favore dell’esistenza dell’effetto Westermarck e dei meccanismi biologiciche mediano l’evitamento dell’incesto. Si descriverannogli studi etnografici sui matrimoni combinati(Shepher, 1971; Wolf, 1966, 1970, 1995; Wolf e Huang, 1980), le ricerchesulla familiarità olfattiva (Schneider e Hendrix, 2000; Weisfeld et al.,2003) e quelle sulle “strategie” per evitare l’inbreeding osservate tra i primati non umani (per una rassegna: Pusey, 2004).Sebbene questi studi dimostrino come, indipendentemente dal grado di parentela, gliindividui allevati assieme tendono a respingersi sessualmente, restano da decifrare i fattori ed i meccanismi alla base di questi comportamenti direttamente osservabili. Gli studi di biochimica sull’olfattoe sul complesso genetico che influenza gli odori corporali, e le ricerche sulle preferenze visiverappresentano un filone di ricerca promettente che potrebbe fornire una risposta ad uno dei tanti interrogativi sui meccanismi biologici associati all’evitamento dell’incesto nel processo di scelta del partner (Potts e Wakeland, 1993;Ober et al., 1997; Penn e Potts, 1999; Wedekind e Penn, 2000; Bhutta, 2007; Chaix et al., 2008).

L’incesto

L’incesto (dal latino incestum-i o incestus-us, “non casto”, “impuro”) indica l’accoppiamento tra individui geneticamente imparentati (Arbuthnot, 1983; Moore e Ali, 1984). Una definizione sociopsicologica èquella secondo la quale si considerano incestuosi il matrimonio o la relazione sessuale tra parenti così stretti da rendere proibita e punita la loro unione (Sagarin, 1977).Indipendentemente dal tipo di proibizioneassociato, in quasi tutte le società esistono relazioni ritenute incestuose, con una certa variabilità interculturale relativa al grado di consanguineità accettato tra due persone prima che siano considerate incestuose (Aberle et al., 1963; Read, 2014).Le forme di incesto più comuni e notesono quelle tra cugini di primo grado, fratelli, o genitori e figli, ma possono rientrare in questa categoria anche unioni tra parenti lontani (Frake, 1964). Sebbene sia parte del sapere popolare il fatto che i figli nati da relazioni tra parenti stretti sono spessoaffetti da malformazioni o ritardo mentale (Leavitt, 2013), non è sempre facile o immediato cogliere le cause remote dell’evitamento dell’incesto, ovvero le ragioni evolutive ed i benefici adattivi di un comportamento così complesso.

Dal punto di vista sociologico e antropologico, l’esogamia, considerata una vantaggiosa estensione sociale della proibizione dell’incesto (Lèvi-Strauss, 1969) derivò dalla necessità di creare alleanzetra clanal fine di favorirne la sopravvivenza e gli scambi commerciali (Tylor, 1888; Cohen, 1978).

Dal punto di vista evoluzionista,la ridotta idoneità biologica[2]dei figli nati dall’accoppiamento tra consanguinei ha costituito una forza selettiva a favore dell’evoluzione dei meccanismi complementari e spesso ridondanti per l’evitamento dell’incesto (Shields, 1993; Pusey e Wolf, 1996; Nelson-Flower et al., 2012). Questi, infatti, non sono una prerogativa della nostra specie, ma sono riscontrabili anche nel regno animale (Bischof, 1972). Erickson (2006, p.110) li ha descritticome “adattamenti darwiniani virtualmente presenti in tutte le specie sociali”. In diverse specie di uccelli e mammiferi, ad esempio,la dispersione dei membri di un gruppo famigliare – così come l’esogamia nelle società umane -è uno dei vari “stratagemmi evolutivi” che ha la funzione di ridurre il rischio di endogamia (per una rassegna: Arbuthnot, 1983; Pusey e Wolf, 1996).Evitare di riprodursi con un consanguineo non solo elude le conseguenze genetiche dell’incesto (Pusey e Wolf, 1996; Keller e Waller, 2002), ma riduce anche la competizione sessuale tra parenti all’interno del gruppo natale (Buettner-Janusch, 1973), risultando così un adattamento geneticamente e socialmente vantaggioso (Arbuthnot, 1983).

L’ipotesi di Westermarck

Edvard Westermarck (1862-1939), sociologo e antropologo finlandese, era interessato a comprendere le ragioni dell’esistenza della proibizione dell’incesto (Fraley e Marks, 2010). Secondo Westermarck (1891/1921), la selezione naturale avrebbe strutturato il comportamento sessuale e riproduttivo umano plasmando un meccanismo psicologico di “avversione sessuale” tra individui imparentati. Dato che le persone crescono – generalmente- con quelle con cui sono imparentate, Westermarck(1891) ipotizzò che la convivenza nei primi anni di vitarappresentasse il fattore prossimalecritico che governa l’evitamento dell’incesto, inibendo il desiderio sessuale tra persone che sono cresciute assieme. In questa prospettiva, il tabù dell’incesto non è semplicemente una proibizione culturale ouna regola sociale di comportamento, bensì riflette l’istintivo disinteresse sessuale che si sviluppa naturalmentetra individui allevati assieme (Westermarck,1891).

Sebbene Westermarck abbia fornito il fondamento teorico per gli studi che si sono svolti dagli anni Settanta in poi sui meccanismi che portano l’uomo ad evitare di accoppiarsi con un consanguineo, la sua ipotesi proposta nell’opera “Storia del matrimonio umano” (1891/1921) fu ignorata per decenni. Questo si deve al fatto che venne formulata e ripubblicata proprio nello stesso periodo in cui S. Freud, in Totem e Tabù (1918), esemplificava con chiarezza come le società totemiche utilizzassero l’esogamia ed altre pratiche culturali come strumenti per evitare l’unione tra membri di una stessa famiglia o di uno stesso clan. Freud concepiva il tabù dell’incesto come un divieto necessario per reprimere una pulsione naturale, quella che porta ad essere attratti sessualmente dai membri della propria famiglia (Freud, 1918).

L’ipotesi westermarckiana, poi ripresa in considerazione nella seconda metà del ‘900, venne ritenuta per molto tempo la migliore spiegazione dell’evitamento dell’incesto (Smith, 2007). Risulta composta da tre ipotesi minori (Westermarck, 1981; per una rassegna: Durham, 2004):

  1. l’ipotesi centrale dell’avversionesecondo la quale la convivenza prolungata inibisce il desiderio sessuale e promuove l’avversione sessuale tra parenti;
  2. l’ipotesi dell’adattamento secondo la quale la funzione biologica dell’evitamento dell’incesto èquella di prevenire le conseguenze genetiche dell’inbreeding;
  3. l’ipotesi dell’espressione secondo la quale i tabù culturali dell’incesto non sono altro che l’espressione collettiva di sentimenti d’avversione individuali.

Il riferimento alle idee darwiniane nell’ipotesi relativa alla funzione biologica dell’evitamento dell’incesto (la seconda ipotesi minore) avrebbe contribuito alla scarsa accettazione della proposta di Westermarck sulle origini del relativo tabù. D’accordo con questa ipotesi, l’evitamento dell’incesto sarebbe basato su una rispostaevolutiva al pericolo di depressione da inbreeding[3]. Per ridurre i costi biologici dell’inbreeding (ovvero gli effetti negativi), i nostri antenati avrebbero evoluto dei meccanismi adattativi per riconoscere i parenti stretti evitando così di riprodursi con questi (Pusey e Wolf, 1996). Come descritto anteriormente, secondo Westermarck l’indicatore della possibile esistenza di relazioni genetiche tra individui era proprio la protratta convivenza durante l’infanzia. Questa convivenza e la “familiaritá” che ne derivava produrrebbero “un’indifferenza sessuale combinata con la sensazione positiva di avversione alla sola idea di pensare all’incesto” e sarebberoall’origine del tabù e delle proibizioni sociali dell’incesto (Westermarck, 1926, pp.80). Recentemente, è stato provato che la durata della convivenza con un individuo del sesso opposto, oltre ad essere un indicatore della parentela, influenza anche i sentimenti morali verso l’incesto (Lieberman et al., 2003).In particolare, in uno studio empirico sull’effetto Westermarck, è emerso che le persone che avevano convissuto a lungo con ipropri fratelli di sesso opposto consideravano l’incesto fraterno di terze persone moralmente sbagliato; in cambio, chi non aveva avuto questa esperienza attribuiva all’incesto fraterno punteggi di immoralità inferiori (Lieberman et al., 2003).

L’effetto Westermarckè stato descritto come una forma di apprendimento sessuale, in particolare un imprinting sessuale negativo in base al quale un’associazione precoce tra persone (durante i primi anni di vita) produce undisgusto sessuale tra queste (Westermarck, 1891). In quanto forma di imprinting, l’effetto Westermarck si darebbe solo durante un breve periodo critico (l’infanzia precoce) e avrebbe un effetto irreversibile e a lungo termine(Lorenz, 1937; Flanagan, 1999). Da una parte, questa forma di apprendimento sessuale, prodotto della selezione naturale, influenzerebbe attraverso una repulsione positiva per le persone “familiari” il comportamento futuro nei confronti dei partner sessuali potenziali (Westermarck, 1891). Dall’altra, nel complesso processo di scelta del partner opera anche una seconda forma d’apprendimento, un imprinting positivo che sembra interagire con l’effetto Westermarck nel guidare la selezione delle persone con cui accoppiarsi e riprodursi. L’imprinting positivo, responsabile della preferenza sessuale per quegli individui simili al modello che un individuo si crea con rispetto alle caratteristiche fenotipiche del genitore (per una rassegna: Rantala e Marcinkowska, 2011) avrebbe evitato che un animale copulasse con individui appartenenti ad altre specie. In altre parole, a livello interspecifico avrebbe evitato l’ibridazione (Lorenz, 1937; vedi Bateson, 1966). A livello intraspecifico, invece, questa forma di apprendimento porta un individuo a scegliere partner con caratteristiche simili a quelle del genitore.D’accordo con questo, vari studi hanno dimostrato la somiglianza tra i tratti somatici del partner e del genitore di sesso opposto (per es., le caratteristiche facciali: Bereczkei et al., 2002; Little et al., 2003). Scegliere un partner simile al proprio genitore,così come l’effetto Westermarck,ha quindi una base biologica.

Studi etnografici a favore dell’effetto Westermarck

L’effetto Westermarck ha trovato riscontro negli studi etnografici sui matrimoni contratti nei kibbutz (Shepher, 1971) e i matrimoni shim-puapraticati in Oriente(Wolf, 1966, 1970, 1985; per una rassegna:Lieberman et al., 2003; Erickson, 2006; Rantala e Marcinkowska, 2011). Nei kibbutz israeliani,comunità agricole egualitarie, i bambini venivano cresciuti collettivamente in gruppi di coetanei sotto la supervisione di alcuni adulti. I bambini trascorrevano la maggior parte del tempo in compagnia dei coetanei, partecipando in attività sociali, didattiche e ricreative. Per contrastare la discriminazione sessuale, i maschi e le femmine di una stessa classe condividevano anche i bagni, le docce e spesso lo stesso letto; in questo modo, veniva inibita la timidezza verso il sesso opposto per lo meno fino all’insorgere della pubertà, quando i bambini iniziavano a mostrare segni di pudore in presenza dell’altro sesso e si interessavano per i ragazzi che appartenevano a classi diverse dalla propria (Eibl-Eibesfeldt, 2007).

Shepher (1971) analizzò 2769 matrimoni contratti tra i membri dei kibbutz e non incontrò nessun caso di matrimonio o relazione sessuale tra persone di uno stesso gruppo di coetanei che erano state cresciute assieme durante i primi sei anni di vita. L’indifferenza sessualetra i bambini di uno stesso kibbutz, secondo Shepher (1971, 1983), era volontaria e si era sviluppata naturalmente nei confronti dei membri del proprio gruppo di coetanei. Shepher identificò nella co-socializzazione precoce all’interno dei kibbutz il fattore critico per lo sviluppo del disinteresse sessuale per i propri coetanei e la successiva esogamia. Questo è stato considerato una prova importante a favore dell’ipotesi westermarckiana circa l’esistenza di un imprinting sessuale negativo caratterizzato da una fase sensibile tra gli 0 e i 6 anni d’età (Shepher, 1971). Il risultato varrebbe per l’inibizione dei contatti incestuosi tra persone allevate in una relazione simile a quella fraterna così come tra fratellibiologici.

Negli stessi anni in cui Shepher analizzava i matrimoni consensuali contratti tra i membri dei kibbutz, Wolf (1966, 1970, 1995) riportava il caso dei matrimoni combinati shim-puapraticati in Cina e Tailandia fino alla seconda metà del secolo scorso. Il termine “shim-pua”, letteralmente “piccola nuora”, indica che, oltre ad essere combinati, questi matrimoni implicavanoche i futuri coniugi convivessero come fratelli durante l’infanzia. Provenienti da famiglie povere, le sposeshim-pua erano bambine che venivanovendute ancora molto piccole a coppie benestanticon figli, in cambio di benefici sociali. Nella nuova famiglia, la bambina ed il futuro coniuge venivano cresciuti assieme ed in seguito forzati ad una relazione coniugale e sessuale (Rantala e Marcinkowska, 2011). Rispetto ai matrimoni combinati in cui i partner non avevano convissuto da piccoli,le coppie shim-pua presentavano un rischio di separazionesignificativamente superiore ed avevano meno figli (Wolf, 1970, 1995). Il disagio e il pronunciatodisgusto sessualetra i partner shim-puaerano particolarmente marcati soprattutto se la convivenza era avvenuta durante i primi tre anni di vita, periodo che è stato considerato critico per lo sviluppo di questi sentimenti (Wolf e Huang, 1980; Wolf, 1995).

Complessivamente, gli studi di Shepher (1971) e Wolf (1966, 1970, 1995) provano che – indipendentemente dalgrado di parentela tra due persone -la convivenza protratta durante l’infanzia inibisce il desiderio sessuale provocando un disgusto reciproco, come era stato descritto da Westermarck (1891) quasi un secolo prima.

Nonostante in questi studi si sia messa in evidenza l’associazione tra la convivenza precoce e l’evitamento dell’incesto o i sentimenti di disagio e disgusto provati all’idea di relazionarsi sessualmente con le persone con cui si è cresciuti, resta però da spiegare quale sia la relazione causale tra la convivenza precoce e la scelta di partner non “familiari”[4]. Westermarck aveva infatti colto una correlazione tra questi fattori, senza addentrarsi nello studio dei meccanismi sottesi né delle ragioni profonde che portano le persone che si considerano parenti a non intrattenere rapporti sessuali.Inoltre, sebbene gli studi etnografici sull’effetto Westermarck riguardino le relazioni tra persone allevate come fratelli, questo effetto è stato considerato potenzialmenteapplicabile a tuttelerelazioni tra individui che hanno condiviso i primi anni di vita(Bevc e Silverman, 2000; Rantala e Marcinkowska, 2011).Nel caso della relazione tra genitori e figli, però, Ihanus (1999) ha sottolineato che la convivenza riguarda i primi anni di vita dei figli, ma non -ovviamente- quella dei genitori, per cui l’ipotesi di Westermarck nella sua formulazione originale non si dovrebbe estendere all’incesto parentale[5]. Per la comprensione di questo fenomeno e di tutte quelle forme di incesto che non coinvolgono due fratelli o pseudo-fratelli[6] devono quindi ricercarsi altri meccanismi esplicativi (Smith, 2007).

Infine, è importante menzionare la critica di Leavitt (1990, 2005, 2007, 2013) all’utilizzazione degli studi di Shepard e Wolf come prova inequivocabile a favore dell’effetto Westermarck. Le relazioni sessuali e le unioni tra persone cresciute in uno stesso gruppo all’interno dei kibbutz, infatti, venivano scoraggiate dagli adulti, per cui la bassa incidenza di matrimoni si deve, in parte, alle pratiche educative ed all’approccio psicologico adottati dagli educatori (Talmon, 1964). Inoltre, in un riesame dei registri sui matrimoni nei kibbutz Hartung (1985) ha riscontratola presenza di alcuni casi di unioni tra i membri di uno stesso gruppo di coetanei. Questi casi non solo non erano stati riportati nello studio iniziale di Shepher (1971),ma sono risultati essere più frequenti di quanto ci si potesse aspettare.Dunque, persone allevate in uno stesso gruppo potevano sviluppare un’attrazione reciproca. Infine, come sottolineato da Smith (2007) e dimostrato da Shor e Simchai (2009), nel caso delle persone cresciute nei kibbutzl’assenza di unioni matrimoniali o il loro fallimento non è un indice di disinteresse o avversione sessuale.Occorre quindi prudenza nell’applicare l’effetto Westermarck all’interpretazione dei dati etnografici degli studi sui matrimoni nei kibbutz.

Rispetto alle conclusioni di Wolf (1995) sulla ridotta fertilità ed il fallimento dei matrimoni shim-pua, Leavitt (2013) sottolinea il fatto che questi matrimoni considerati “minori” e spessoridicolizzati per il fatto di sfruttare la “piccola nuora” divennero via via meno popolari nel momento in cui Taiwan iniziò a subire l’influenza della cultura occidentale. Lo scarso successo delle coppie shim-pua, secondo Leavitt (2007, 2013), non si deve imputare unicamente al meccanismo biologico che provoca una repulsione sessuale quando tra i coniugi esiste una certa familiarità, ma dovrebbe leggersi anche come una conseguenzadel basso prestigio e, più in generale, del contesto socio-culturale in cui si praticavano queste unioni.

Incesto intrafamigliare: alcuni dati

L’occultamento e la segretezza che caratterizzano l’incesto intrafamigliare, quello che avviene tra i membri della famiglia nucleare[7], rendono difficile cogliere lavera dimensione di questo fenomeno (Phillips-Green, 2002; Kim e Kim, 2005).Negli anni Cinquanta, venne pubblicato uno studio in cui si stimava chenegli Stati Uniti l’incesto avveniva in un caso su un milione (Weinberg, 1955). Successivamente, vari studi dimostrarono che nonostante rimanesse comunque un fenomeno raro, l’incesto era più frequente di quanto si pensasse e avveniva approssimativamente in un caso su cento (Kinsey et al., 1953; Tabella 1). In base al coefficiente di parentela tra genitori, figli e fratelli biologici ci si dovrebbe aspettare che l’incesto padre-figlio, madre-figlio e tra fratelli avvenga con la stessa frequenza (Smith, 2007); in realtà, sembra che l’incesto madre-figlio sia il meno frequente dei tre(Justice e Justice, 1979; Seemanova, 1971; vedi Smith, 2007).

Stime del rischio e della frequenza dell’incesto tra i membri della famiglia nucleare, includendo genitori e fratelli adottivi, si riportano nella Tabella 1 (tratta e modificata da: Erickson, 2004). È importante sottolineare che il confronto tra i dati riportati nella Tabella 1 va effettuato tenendo presente che negli studi citati si sono utilizzate definizioni di incesto e metodologie diverse (per es., interviste telefoniche, questionari o sessioni di terapia) e i soggetti di studio provenivano da campioni differenti (per es., studenti universitari, giovani donne o persone che accudivano a sessioni di psicoterapia).Nel caso dello studio di Dixon et al. (1978), ad esempio, ipartecipanti allo studio facevano parte di una popolazione di circa 1500 pazienti psichiatrici, per cui è probabile che le frequenzeriportate sianoin realtà superiori a quelle relative alla popolazione non clinica (PNC); per tanto, non possono essere generalizzate all’intera popolazione.Il campione utilizzato nello studio di Kim e Kim (2005), invece, comprendeva 1053 studenti coreani di alcune scuole medie e superiori e 619 delinquenti che vivevano in un istituto di rieducazione giovanile. Il campione dello studio di Flores et al. (1998), pur non appartenendo alla popolazione clinica (PC), era composto da bambini e adolescenti di 2 istituti brasiliani per minori, una scuola ed un ambulatorio; nella maggior parte dei casi (74%), i soggetti provenivano da ambienti di estrema violenza. Questo può spiegare l’elevata stima del rischio di incesto riportata dagli autori (Flores et al., 1998).

Rispetto all’incesto tra fratelli, negli ultimi decenni è stato proposto che questa forma di incestosiapiù frequente di quello tra padre e figli e avvenga in una percentuale di casi tra l’1,1% ed il 3,2% nella popolazione giovanile (Finkelhor, 1980; Hardy, 2001; Kim e Kim, 2005). Genitori poco accessibili o emozionalmente distanti sarebbero caratteristici delle famiglie in cui si sono registrate relazioni sessualitra fratelli (Smith e Israel, 1987; Phillips-Green, 2002). Tale ‘distacco’ da parte dei genitori è stato considerato un fattore rilevante anche per molte altre condizioni psichiatriche dell’infanzia, per cui non pare discriminante. In uno studio con persone che partecipavano a gruppi d’aiuto per le vittime di incesto, è emerso che anche la violenza, l’abuso di sostanze o le malattie mentali sono spesso riscontrate tra i membridi queste famiglie(Flores et al, 1998; Rudd e Herzberger, 1999), per cui la situazione genericamente di ‘degrado,’ insieme alla presenza di disturbi mentali e di uso di sostanze, pare giocare un ruolo cruciale.

Anche l’incesto tra genitori e figliavviene in ambienti famigliari spesso conflittivi (Dadds et al., 1991),disfunzionali (Rudd e Herzberger, 1999), e caratterizzati dall’abuso di sostanze (Gordon, 1989) o da squilibri relazionali tra i membri della famiglia (Gelinas, 1988). I genitori“incestuosi” non presentano necessariamente profili psicopatologici (Ronald e Stone, 1986; Dadds et al., 1991), anche se la presenza dialcuni disturbi mentali accomuna i casi di incesto riportati in letteratura (depressione cronica tra le madri, Browning e Boatman, 1977; personalità disturbata tra i padri, Kirkland e Bauer, 1982).Secondo Flores et al. (1998), la disgregazione delle relazioni interpersonali che spesso si osserva in un contesto famigliare caratterizzato da violenza e disturbi può favorire l’incesto per la mancata inibizione dei sentimenti sessuali nei confronti dei parenti con cui si è cresciuti.

Nel caso delle ricerche sull’incesto genitore-figlio di tipo omosessuale (Raybin, 1969; Dixon et al., 1978; Kaslow et al., 1981), fenomeno più difficile da analizzare e conseguentemente spesso trascurato, l’informazione disponibile è ancora più scarsa per la tendenza a considerare questo tipo di incesto come un’espressione di omosessualità vs. una relazione incestuosa (Cory, 1963). Nonostante questo, nella letteratura scientifica esistono vari casi di incesto omosessuale, soprattutto quello tra padre e figlio, che sono stati interpretati alla luce della storia psicosociale dell’adulto coinvolto e dei valori famigliari che spesso includono l’omofobia (Kaslow et al., 1981; Halpern, 1987; per una rassegna: Williams, 1988). L’incesto omosessuale può essere perpetrato anche per più generazioni, come nel caso dell’incesto intergenerazionale descritto da Raybin (1969) in cui, come spesso accade, la “collusione silenziosa” delle donne della famiglia gioca un ruolo rilevante. La letteratura sull’incesto omosessuale femminile, come quello madre-figlia, è pressochè assente (Goodwin e DiVasto, 1979).

Tabella 1. Frequenze e rischio stimato per vari tipi di relazione incestuosa tra i membri della famiglia nucleare (tratto e modificato da: Erickson, 2004).
Frequenza dell’incesto Relazione incestuosa Riferimento bibliografico Metodo, Partecipanti allo studio
1%* Tutti i tipi Kinsey et al., 1953 Interviste, PNC
0,0001%* Tutti i tipi Weinberg, 1955 PNC
1,3% Tutti i tipi Baker e Duncan, 1985 Interviste, >15 anni, PNC
0,8% Tutti i tipi Finkelhor et al., 1990 Interviste telefoniche, adulti, PNC
0,9% Tutti i tipi Finkelhor e Dziuba-Leatherman, 1994 Interviste telefoniche, 10-16 anni, PNC
0,9% Tutti i tipi Halperin et al., 1996 Questionario, 13-17 anni, PNC
18%* Tutti i tipi Flores et al., 1998[8] Interviste, bambini, PNC
3,7% Tutti i tipi Kim e Kim, 2005 Questionario, 12-18 anni, PNC
1,6% Padre-figlia Wyatt, 1985 Questionario, donne tra i 18 e 36 anni, PNC
1% Padre-figlio Kim e Kim, 2005 Questionario, 12-18 anni, PNC
0,2% Padre biologico-figli Sariola e Uutela, 1996[9] Questionario, 15 anni,PNC
0,3% Padre adottivo-figli Sariola e Uutela, 1996 Questionario, 15 anni, PNC
0,3% Padre biologico-figlio (incesto omosessuale) Dixon et al., 1978[10] Terapia, 5-16 anni, PC
0,1% Padre adottivo-figli (incesto omosessuale) Dixon et al., 197810 Terapia, 5-16 anni, PC
3,2% Fratelli Finkelhor, 1980 Intervista, studenti universitari, PNC
1,4% Fratelli Kim e Kim, 2005 Questionario, 12-18 anni, PNC

* Nei casi indicati con un asterisco, si riporta il rischio stimato di incesto.

** PNC= Popolazione Non Clinica; PC= Popolazione clinica.

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Sebbene l’incesto veda coinvolto più spesso il padre che la madre e i casi di incesto madre-figlio siano anche più difficili da individuare (Langley et al., 1968), generalmente l’abuso sessuale da parte dei padri è più frequente nelle famiglie adottive che in quelle biologiche (Finkelhor, 1980; Tabella 1). D’accordo con questo, in uno studio sulla popolazione finlandese si è riscontrato che i padri biologici sono meno portati dei padri adottivi all’incesto (Sariola e Uutela, 1996).

L’effetto Westermarck potrebbe spiegare la minore incidenza di abusi incestuosi da parte di padri biologici vs. adottivi? La mancata convivenza durante l’infanzia tra padri e figli adottivi vs. non adottivi potrebbe giustificare, almeno in parte, la ridotta frequenza di casi di incesto perpetrati dai padri biologici. Nonostante questa sia una spiegazione plausibile, bisogna essere cauti nell’interpretazione dell’ipotesi westermarckiana e nell’attribuzione diretta dei casi di incesto meno frequenti tra persone che hanno convissuto all’effetto Westermarck. Recentemente è stato infatti proposto e dimostrato che, per lo meno nel caso dell’incesto tra fratelli, la convivenza durante l’infanzia, più che inibire il desiderio sessuale, riduce il rischio che il rapporto sessuale venga consumato (Bevc e Silverman, 1993, 2000). In una serie di studi, Bevc e Silverman (1993, 2000, 2004) hanno messo alla prova l’ipotesi di Westermarck analizzando diverse casistiche di comportamenti incestuosi tra fratelli (per es., relazioni sessuali complete e attività sessuali non procreative). Gli autori osservarono che, d’accordo con il mancato sviluppo dei sentimenti d’avversione sessuale durante l’infanzia, fratelli che erano stati separati fin da bambini potevano intrattenere rapporti sessuali in età adulta (come a volte si legge tra i casi di cronaca); d’altra parte, incontrarono una correlazione positiva tra l’intimità della convivenza precoce e le attività sessuali non procreative. Questo suggerisce che la convivenza nei primi anni di vita più che inibire il desiderio sessuale per se disincentiva i comportamenti incestuosi procreativi (Smith, 2007).

Bisogna anche considerare che la relazione tra la familiarità, i sentimenti di avversione e l’evitamento dell’incesto potrebbe essere indiretta. Ad esempio, il fatto di non partecipare alla cura dei propri figli o esserne coinvolti solo marginalmente è risultato associato ad un maggior rischio di incesto da parte del padre per il mancato sviluppo dell’amore paterno (Williams e Finkelhor, 1995). Conseguentemente, sembra quindi che la relazione tra il prendersi cura di un figlio e il rischio di incorrere in un rapporto incestuoso sia mediata dai sentimenti paterni.

Alla luce di quanto detto, risulta evidente che per comprendere i meccanismi biologici e le modalità attraverso le quali il desiderio sessuale tra parenti o tra persone che sono cresciute assieme viene inibito sono necessari ulteriori studi che permettano di discriminare i fattori che, intervenendo nel processo di riconoscimento della parentela, sono responsabili dell’evitamento dell’incesto.

Familiarità westermarckiana, corrispondenza fenotipica e odori individuali

Nella letteratura scientifica, sono stati descritti diversi meccanismi per il riconoscimento della parentela (per una rassegna: Blaustein, 1983; Waldman, 1987; Weisfeld et al., 2003; Penn e Frommen, 2010).Studi recenti hanno dimostrato che nell’avversione sessuale che porta ad evitare l’incesto tanto nell’uomo come in alcune specie animali intervengono per lo meno due meccanismi, l’associazione o familiarità “westermarckiana” e la corrispondenza fenotipica. Quest’ultima consistenell’utilizzo di un modello fenotipico creato in base all’informazione sensoriale proveniente dal sé o dai parentiper determinare il grado di parentela con un possibile partner (Weisfeld et al., 2003). In altre parole, partendo dal presupposto per cui“in molti casi i parenti si assomigliano” (Waldman, 1987, pp.166), il riconoscimento dei parenti può avvenire sulla base del confronto di alcuni caratteri fenotipici famigliari (per es., i tratti somatici del volto) orientando così nella scelta del partner. A livello biochimico, il riconoscimento della parentela è mediato dal Complesso maggiore di istocompatibilità (Major Histocompatibility Complex o MHC), un insieme di geni polimorfici che influenza gli odori individuali (Penn e Ilmonen, 2005) e svolge un ruolo importante anche nel riconoscimento materno-fetale e nella risposta immunitaria di rigetto al trapianto (Apanius et al., 1997; Penn e Ilmonen, 2005).Nei topi, un meccanismo di scelta del partner dipendente da questo complessopermette di evitare l’inbreeding (Yamazaki et al., 1976; Penn e Potts, 1998, 1999).

Gli studi sulla preferenza olfattiva hanno dimostrato che anche nell’uomo esiste una preferenza sessuale per individui con un MHC diverso dal proprio (Wedekind et al., 1995; Wedekind e Furi 1997; Ober, 1997). In particolare, esisterebbero degli “indizi olfattivi dellaparentela” che permettono diriconoscere i propri famigliari attraverso la corrispondenza fenotipica (Weisfeld et al., 2003). L’unicità degli odoridovuta proprio al MHC li rende, infatti, un indizio utile ed efficaceper discriminare i propri parenti trai partner potenziali (Wallace, 1977).

Schneider e Hendrix (2000) hanno studiatoil ruolo dell’olfatto in relazione all’effetto Westermarck. Attraverso l’analisi di numerose ricerche sul riconoscimento olfattivo dei parenti, conclusero chel’inibizione sessuale tra individui che sono stati cresciuti assieme è mediata olfattivamente (Schneider e Hendrix, 2000). In particolare, secondo gli autori la familiarità olfattiva spiegherebbe il meccanismo biologico alla base dell’effetto Westermarck.

In una recente serie di esperimenti in cui si è utilizzato il classico paradigma degli indumenti impregnati di odori (vedi Porter et al., 1983)[11],è stato dimostrato che l’associazione e la corrispondenza fenotipica, in congiunzione con fattori evolutivi, medierebbero il riconoscimento olfattivo della parentela, e dunque faciliterebbero l’evitamento dell’incesto (Weisfeld et al., 2003).In particolare, Weisfeld et al. (2003) provò chele persone presentano in media un’elevata capacità di discriminazionetra gli odori di parenti, conoscenti ed estranei,ovvero tra persone con un diverso grado di consanguineità (per esempio, fratelli vs. mezzi fratelli) e familiarità (figli biologici vs. adottivi). Quest’ultima interverrebbe nella discriminazione tra gli odori di parenti e di estranei,ma non è l’unico fattore coinvolto nel riconoscimento della parentela. Un meccanismo di corrispondenza fenotipica, in particolare, un indizio dell’odore famigliarepermetterebbe infatti la discriminazione tra persone con diversi gradi di familiarità, come fratelli biologici e mezzi fratelli o figli biologici e adottivi(Weisfeld et al., 2003). In questo caso, infatti, l’associazione continuata tra figli biologici e adottivi non risulta essere un meccanismo sufficiente al loro riconoscimento da parte delle madri.

Rispetto all’avversione olfattiva, Weisfeld et al. (2003) dimostrò anche che i genitori, soprattutto le madri, preferisconol’odore dei soggetti di controllo rispetto a quello dei figli, ed i padri mostrano una tendenza simile, conuna marcata avversione per l’odore delle figlie.Allo stesso modo, oltre ad essere in grado di discriminare l’odore dei propri genitori[12] equello dei fratelli del sesso opposto(vs. stesso sesso), i bambini esibiscono un’avversione per l’odore di quest’ultimi.

Gli esperimenti di Weisfeld et al. (2003) dimostrano che l’avversione olfattiva reciproca caratterizza le relazioni “a più alto rischio d’incesto”, ovvero quelle trapadre e figlia, e tra fratelli di sesso opposto. Questo suggerisce l’esistenza di una base olfattiva della repulsione tra parenti che medierebbe l’avversione sessuale – ovvero l’effetto Westermarck – tra individui che hanno convissuto da piccoli. I risultati di Weisfeld et al. (2003) segnalano anche l’importanza dei fattori evolutivi associati alla produzione e percezione degli odori e, pertanto, alla capacità olfattiva di riconoscere i propri parenti.

L’evitamento dell’inbreeding tra i primati

Il ruolo dell’associazione precoce e, più in generale, dei meccanismi conduttuali mediante i qualile relazioni sessuali tra parenti vengono inibite è stato studiato anche tra i primati non umani. In varie specie di scimmie (per es., scimpanzè, macachi e cebi), l’inbreedingviene evitato attraverso comportamenti attivio adattamenti indiretti volti a ridurre il rischio di accoppiamento con un consanguineo. Per esempio, la dispersione dal gruppo natalesepara i membri del nucleo famigliare riducendo il pericolo di endogamia(Moore, 1993; Pusey e Wolf, 1996). Oltre a poter riguardare uno o entrambi i sessi,la dispersione può essere permanente oppure limitataai periodi di ricettività sessuale, come avviene tra le femmine di scimpanzé (Pusey e Packer 1987; Pusey, 1980). Altre strategie evolutive per evitare l’inbreeding sono rappresentate dallo scarso interesse sessuale per i consanguinei (per es., Pusey, 1980), dal rifiuto delle relazioni con parenti durante l’estro (Manson e Perry, 1993) o dalla copula con individui appartenenti a gruppi diversi dal proprio (Strier, 2000).

Tra i babbuini gialli ed i macachi rhesus è stata osservata una propensione all’inibizione delle copule tra parenti materni quando questi permangono nello stesso gruppo (Papio cynocephalus, Packer, 1979; Macaca mulatta, Manson e Perry, 1993). Esiste anche un’inibizione delle copule tra parenti paterni, come avviene tra i cebi cappuccini (Cebus capucinus, Muniz et al., 2006), anche se questo comportamento è più difficile da dimostrare vista la difficoltà di stabilire con certezza la paternità tra animali allo stato libero (Pusey, 2004). In generale, sembra che l’avversione sessuale nei confronti dei consanguinei sia più marcata tra le femmine che tra i maschi per il maggior investimento parentale[13]da parte di queste (Trivers, 1972). D’accordo con questo, in uno studio sperimentale sulla preferenza visiva nella nostra specie,le donne –ma non gli uomini-hanno considerato poco attrattivi i volti simili a quelli dei propri fratelli (Marcinkowska et al., 2013); questo risultato potrebbe spiegarsi in virtù degli elevati costi potenziali dell’inbreeding per il sesso femminile.

Nel caso dei tamarini e delle callitrici, primati neotropicali che vivono in gruppi famigliari, l’inbreeding viene evitato attraverso meccanismi ormonali che provocano un ritardo nellamaturazione sessuale o un’inibizione della ricettività sessualedi un individuo quando risiede nel proprio gruppo natale con il genitore o ifratelli del sesso opposto (Abbott, 1993; Abbott et al., 1997, 1998; Beehner e Lu, 2013).

Come per l’uomo, anche nel caso dei primati non umani l’evitamento dell’inbreeding sottende il riconoscimento della parentela. Da una parte, l’associazione ed i vincoli creati durante l’infanzia sembrano costituire il principale meccanismo utilizzato dai primati non umani per distinguere tra individui imparentati e non (Bernstein, 1991; Pusey, 2004). Dall’altra, la marcata socialità dei primati ed il fatto di vivere in gruppi spesso numerosi rendono necessari il ricorso ad altri meccanismi, complementari o aggiuntivi (Weisfeld et al., 2003; Pusey, 2004), come ad esempio la corrispondenza fenotipica utilizzata dai babbuini (Alberts, 1999).

Inoltre, in varie specie di primati (ad es., macachi rhesus, macachigiapponesi, e scimpanzè) sono stati documentati casi di inbreeding che, sebbene considerati da alcuni autori come una manifestazione di un comportamento patologico data l’assenza di finalità riproduttive o sessuali,in realtà svolgono un’importante funzione sociale (Bixler, 1981; Genta e Tartabini, 1991). In una rassegna sulle copule tra madre e figlio nei primati,Bixler (1981) concluse che questo tipo di relazioni sessuali non rappresenta veri casi di inbreeding poichèspesso i maschi coinvolti erano sessualmente immaturi, le femmine non erano in estro, le copule non venivano accompagnate dal corteggiamento[14]e le circostanze in cui avvenivano sembrano riflettere un disturbo motivazionale (ad es., l’ansia da svezzamento)più che un verocomportamento patologico. D’accordo con queste osservazioni, la montatra parenti stretti non sarebbe quindi una condotta evolutivamente deviante bensì permetterebbe di dar sfogo a tensioni interindividuali, specialmente quelle materno-filiali, e fornirebbe conforto e sicurezza com’è stato osservato tra gli scimpanzé del Gombe National Park (Clark, 1977).

Infine,in tutti i primati, compreso l’uomo, le copule o i tentativi di monta iniziati da individui giovani e ancora sessualmente immaturi rientrano nello spettro di condotte giovanili associate al “gioco sessuale” (“sexual rehearsal play”, Money, 1986, pp. 16) e volte all’apprendimento e al perfezionamento dei comportamenti adulti (Dixson, 1998)[15]. Queste condotte, infatti,sono “precursori essenziali” dei comportamenti riproduttivi (Money, 1986, pp.15) e sono quindi fondamentali per la riuscita dell’accoppiamento e la riproduzioneuna volta raggiunta l’età adulta (Dixson, 1998).

Conclusioni                                                                                                                  

Gli studi sull’evitamento dell’incesto nell’uomo e le ricercheprimatologiche relative all’inbreedingforniscono prove a favore della reale esistenza dell’effetto Westermarck e di altri meccanismi che sono stati selezionati evolutivamenteper ridurre gli effetti potenzialmente negativi dell’inbreeding.Nonostante i limiti esplicativi relativi alle relazioni famigliari alle qualiè possibile applicare l’effetto Westermarcke la necessità di una formulazione più puntuale, l’ipotesi westermarckiana relativa all’inibizione dell’incesto tra fratelli ha trovato riscontro ed una generale approvazione un secolo dopo la sua formulazione.

Oggi la sfida rimane quella di comprendere quali sono i fattori che attraverso il riconoscimento dei parenti di sangue svolgono un’azione sinergica nel favorire l’evitamento dell’incesto, ed identificare con esattezza le modalità – dirette ed indirette- con cui la convivenza precoce disincentiva le relazioni sessuali tra persone cresciute assieme.

A ben vedere il mito di Edipo anticipava e coglieva quanto poi formalizzato da Westermarck: Eschilo, Euripide e Sofocle avevano quindi colto nella costruzione del mito tragico anche l’elemento cruciale che prenderà il nome di “effetto Westermarck”.

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[1]I termini “evitamento” ed “evitamento dell’incesto” usati in questo capitolo sono una traduzione dell’inglese “incest avoidance”. Nella letteratura scientifica in lingua italiana l’evitare di accoppiarsi con i propri consanguinei si conosce come evitamento dell’incesto.

[2]L’idoneità biologica o fitness consiste nel successo riproduttivo, ovvero la capacità di un individuo di sopravvivere e riprodursi nell’ambiente al quale è adattato (Dobzhansky 1955; Barker, 2009).

[3]La depressione da inbreeding (inbreeding depression) consiste nella riduzione dell’idoneità biologica in una popolazione dovuta all’accoppiamento tra consanguinei (Arbuthnot, 1983) Tra gli effetti dell’inbreeding vi sono una minore viabilità e fertilità degli individui nati dalla relazione tra parenti (Charlesworth e Willis, 2009).

[4]Ovvero con i quali non si è vissuti durante l’infanzia.

[5]Incesto genitore-figlio.

[6]Individui cresciuti assieme come fratelli.

[7] La famiglia nucleare è l’unità composta da marito, moglie e figli (Murdock, 1965).

[8]Il valore riportato è una frequenza stimata per i soggetti di studio all’età di 18 anni (Flores et al., 1998). È stato calcolato dagli autori a partire dalle percentuali di incesto ottenute nei casi che si rivolsero agli istituti in esame (rispettivamente 2%, 4% e 13%) e considerate inferiori ai casi totali (denunciati e non). Tra i 39 casi di incesto segnalati emerge che l’incesto padre-figlia è il più frequente (25 casi, 60,1% del campione), seguito da quello tra fratelli (7 casi, 17,95%) e tra padre adottivo-figlia (6 casi, 15,38%). L’incesto madre-figlio è risultato rappresentare la forma più rara (un caso, 2,56%).

[9]La percentuale di casi di esperienze sessuali riportati complessivamente tra padri e figlie (biologiche o adottive) é dello 0,5% (Sariola e Uutela, 1996).

[10]Le frequenze riportate sono state calcolate a partire dai dati pubblicati nell’articolo di Dixon et al. (1978) e relativi a una popolazioni clinica di circa 1500 pazienti psichiatrici in cui si sono rilevati 4 casi di incesto padre biologico-figlio e 2 di incesto padre adottivo-figlio.

[11]Il disegno sperimentale prevedeva che i partecipanti allo studio, bendati, discriminassero gli odori di parenti (per es., genitori biologici o adottivi, fratelli e mezzi fratelli), conoscenti od estranei (i soggetti di controllo) annusando le magliette che questi avevano precedentemente indossato per due notti consecutive.

[12] L’odore materno fu identificato solo dai bambini più grandi (9-15 anni vs. 6-8). Questo suggerisce l’importanza dei fattori evolutivi associati alla percezione degli odori.

[13]L’investimento parentale consiste nello “sforzo di un individuo [in termini di produzione dei gameti e cure parentali] per incrementare la probabilità di sopravvivenza di un membro della prole a scapito della propria capacità di invertire sforzi in ulteriori figli” (Trivers, 1972, pp. 139).

[14]Come avviene nella copula con fini riproduttivi.

[15]Anche il comportamento omosessuale rientra tra i comportamenti finalizzati all’acquisizione e perfezionamento di condotte adulte (Hamilton, 1914); tra individui maturi, il comportamento omosessuale svolge spesso la funzione sociale di gestire la tensione interindividuale (per es. nei macachi tibetani, Ting et al., 2013).

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