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Reazioni del bambino in seguito a separazione prolungata dalla figura materna – Samanta Sagliaschi

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

Riassunto

La figura di attaccamento costituisce una base sicura dalla quale il bambino può esplorare l’ambiente circostante. Molti studi hanno evidenziato che i bambini piccoli, separati per motivi diversi dalla madre o dal sostituto materno possono, in alcuni casi, manifestare a lungo termine gli effetti di tale separazione. Il Separation Anxiety Test (SAT) valuta l’ansia da separazione del bambino nei confronti dei caregiver.

Abstract

The attachment figure acts as a base of security from which the child can explore the surrounding environment. Numerous studies have made it clear that young children, who for any reason are deprived of the continuous care and attention of a mother or mother-substitute, are not only temporarily disturbed by such deprivation, but may in some cases suffer long-term effects which persist.Separation Anxiety Test (SAT) is used to assess attachment, e.g. separation anxiety.

Parole chiave

Base sicura, attaccamento madre-bambino, ansia da separazione, problemi comportamentali

Keywords

Secure base, mother-child attachment, separation anxiety, behavior problems

  1. Premessa

Nel caso di affidamento di neonati o di infanti, o comunque di bambini in tenera età, per ragioni di tutela si verifica costantemente, in mancanza del rispetto del diritto del minore alla continuità familiare e spesso nel tentativo maldestro di creare un’adozione di fatto contra legem da parte di alcuni operatori, una reazione misconosciuta per cui il bambino al momento di incontrare brevemente i genitori naturali in uno spazio neutro mostra aggressività nei loro confronti, o in alcuni casi resta indifferente come se quasi non li conoscesse.

Tali reazioni vengono comunemente riferite al Tribunale dei minori e qualificate come un rifiuto, espressione di una sorta di consapevolezza del bambino di quanto cattivi siano i genitori e anche espressione della preferenza per l’ambiente idoneo al minore scelto dai solerti servizi.

Questo è una specie di mantra dimentico di considerare che tale fenomeno viene descritto in letteratura da moltissimi anni e che il suo verificarsi, oltre a palesare il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei minori, mostra anche il livello di arretratezza culturale in cui versano certi servizi che si occupano di infanzia a rischio e che gestiscono gli allontanamenti.

  1. Fornire una base sicura

Bowlby (1969) ritiene che l’attaccamento rappresenti un sistema motivazionale primario tramite il quale il soggetto stabilisce un senso di sicurezza interna. Esso viene a costituirsi nel tempo come un’organizzazione psicologica che include desideri, sentimenti, ricordi, intenzioni e aspettative che sono importanti per lo stabilirsi e il perdurare di legami profondi. Esso è fondato su strutture rappresentazionali, i modelli operativi interni, che si sono costruite sull’esperienza vissuta nelle relazioni precoci.

Il legame di attaccamento si sviluppa mediante le predisposizioni all’interazione sociale e alla creazione di un rapporto stabile e duraturo presenti fin dalla nascita. Tali predisposizioni sono iscritte nel patrimonio genetico della persona e, con la crescita, si organizzano in sistemi comportamentali complessi, espressione della necessità primaria di contatto fisico, calore, vicinanza, bisogni cercati dal bambino. Il fine del sistema di attaccamento è quello di raggiungere e mantenere un determinato livello di vicinanza fisica con la madre, o con chi si prende cura del bambino, ogni volta che si verificano condizioni di vulnerabilità. Un altro suo scopo è quello di motivare il bambino al conseguimento di un senso di sicurezza interiore. Nelle relazioni di attaccamento il piccolo apprende specifici stili di regolazione della propria tensione emotiva, facendo riferimento alla disponibilità emotiva e alle capacità regolative dei suoi caregiver. Pertanto, in base alla qualità delle cure ricevute è stato possibile individuare e descrivere differenti pattern di attaccamento (Ainsworth, Blehar, Waters, Wall, 1978):

  • l’attaccamento sicuro (B) riguarda quei bambini che protestano nel corso delle separazioni dalla madre, cercano la sua vicinanza e si lasciano consolare da lei con facilità. La madre rappresenta, quindi, una “base sicura” dalla quale il bambino può allontanarsi temporaneamente per esplorare, avendo alla base un modello operativo della madre come figura disponibile e un modello operativo di sé come degno di cure ed efficace nell’ottenere un sostegno emotivo;
  • l’attaccamento insicuro-evitante (A) concerne quei bambini che esplorano facilmente anche in assenza della figura di attaccamento, si separano con facilità senza protestare e non ne ricercano la vicinanza al suo ritorno. In tali casi l’evitamento sembra funzionare sia come un mezzo di esclusione dal dolore associato al rifiuto che consente di regolare gli stati affettivi dannosi e la loro influenza disorganizzante, sia come un meccanismo di interruzione dei comportamenti di attaccamento, funzionale a una relazione con una figura rifiutante;
  • l’attaccamento insicuro-ambivalente (C) inerisce a bambini estremamente angosciati dalle separazioni; esplorano poco a motivo della preoccupazione predominante nei confronti della madre e manifestano passività, rabbia, inconsolabilità, ambivalenza. Il bambino sviluppa un modello operativo del Sé negativo, connotato da confusione e indifferenziazione, rispetto al quale può reagire con passività o aggressività;
  • l’attaccamento disorganizzato/disorientato (D) (Main, Solomon, 1990) è relativo a mancata elaborazione di esperienze luttuose, traumatiche nei genitori o a esperienze di maltrattamento e abuso. La disorganizzazione dell’attaccamento sembra comportare rappresentazioni di sé e dell’altro contraddittorie, dissociate che costituiranno la base per una possibile espressione psicopatologica successiva.

Bowlby (1988) assegna all’attaccamento e alla separazione forzata lo statuto di assi portanti della sua visione dello sviluppo normale e patologico dell’essere umano.

Le osservazioni condotte portano l’autore a ritenere che un comportamento normale di attaccamento caratterizza la persona che sa aiutarsi, ma che sa anche chiedere e offrire aiuto quando è opportuno. Questa persona ha un’immagine di sé positiva che consente un rapporto sicuro e fiducioso con se stessa e con gli altri. Tale persona ha sviluppato un modello rappresentativo di se stessa, è capace di aiutarsi e al tempo stesso di ricevere aiuto non appena sorgano difficoltà.

Lo sviluppo di tale immagine di sé e di una buona relazione affettiva con le figure parentali risulta ostacolato se nell’infanzia il bambino ha subìto abbandoni lunghi o troppo frequenti, o se è rimasto privo di uno o di entrambi i genitori.

  1. La separazione dalla madre

Al di sopra dei sei mesi il bambino tende a reagire con certe modalità tipiche alla separazione dalla madre. Le spiegazioni fornite da Bowlby derivano dai dati delle osservazioni di James Robertson (1953, 1970); tali dati consistono in osservazioni sul comportamento di bambini tra uno e tre anni, ospitati per un periodo limitato in un ospedale o in un nido residenziale, dove ricevevano un’assistenza tradizionale. Vale a dire che il bambino veniva privato delle cure della madre e veniva assistito in un luogo estraneo da persone sconosciute.

Quando il bambino tra i quindici e i trenta mesi rimane bruscamente privo della figura verso la quale egli ha sviluppato il comportamento di attaccamento, in una situazione in cui egli abbia goduto di un rapporto relativamente sicuro con la madre e non abbia subìto precedenti separazioni da lei, reagisce solitamente con una sequenza comportamentale che si può suddividere in fasi, a seconda della condotta dominante verso la madre; abbiamo quindi le fasi della protesta, della disperazione e del distacco (Bowlby, 1969). È evidente che il passaggio tra l’una e l’altra è sfumato, un bambino può per differenti giorni o settimane trovarsi in uno stadio di alternanza o di transizione tra due fasi.

La fase della protesta può cominciare immediatamente o può avere luogo con un certo ritardo, dura da alcune ore a una settimana o più. In questa fase il bambino appare a disagio, come se avesse perso la madre e cercasse di riaverla utilizzando le sue poche risorse. Sovente ha crisi di pianto, si agita, si volge verso ogni suono o immagine che potrebbe annunciare la presenza della madre. In tutto il suo comportamento si manifesta l’intensa aspettativa del ritorno della madre, e in questa fase egli tende a rifiutare tutte le figure sostitutive che cercano di assisterlo.

Nella fase successiva della disperazione è ancora visibile l’interesse per la madre lontana, ma il piccolo, mediante il suo atteggiamento, manifesta la crescente perdita di speranza. Egli sembra essere in uno stato di globale sconforto, è inattivo e chiuso, non pone domande alle persone circostanti, può piangere ininterrottamente o a intermittenza, i movimenti fisici attivi si riducono o terminano.

La fase del distacco succede prima o poi alla protesta e alla disperazione, il bambino mostra interesse per l’ambiente: accetta le cure, il cibo e i giochi che gli vengono offerti, può sorridere ed essere socievole. Quando però la madre viene a trovarlo colpisce la mancanza di una condotta tipica di un forte attaccamento normale a quell’età; il bambino sembra a malapena conoscere la madre, tende a restare distante e apatico, non si aggrappa e si allontana da lei, sembra aver perso ogni interesse per la figura materna.

Pertanto, un bambino che ha raggiunto questo stadio ha poco interesse per i genitori come persone particolari, egli apparirà sereno e adattato al contesto insolito, non apparirà a disagio né intimorito di alcuno; si tratta però di una socievolezza superficiale, dal momento che pare non gli importi più di nessuno.

Quanto più il bambino è isolato e confinato nel suo lettino, tanto più vigorosa sarà la sua protesta; mentre, quanto meno l’ambiente gli sarà estraneo e quanto più egli sarà oggetto delle cure di un unico sostituto materno, tanto meno intenso sarà il suo disagio. L’intensità della situazione si riduce di solito con la presenza di un compagno familiare (una sorellina un fratellino) e/o il possesso di un oggetto familiare (Heinicke, Westheimer, 1966) o l’essere affidato unicamente alle cure di una sola figura sostitutiva alla madre, soprattutto se il bambino l’ha incontrata prima in presenza della madre (Robertson, Robertson, 1967). Quando queste condizioni si presentano insieme il disturbo è ridotto al minimo. In presenza di cure materne sostitutive all’inizio un bambino piccolo ha paura della figura sconosciuta e rifiuta i suoi tentativi di fargli da madre. In seguito, mostra un intenso comportamento conflittuale, da una parte vuole essere confortato da lei, dall’altra la rifiuta come estranea. Può occorrere un periodo di giorni o settimane perché egli si abitui al nuovo rapporto. Nel frattempo continua ad anelare alla figura materna assente e, a volte, a esprimere la sua ira verso di lei perché è assente.

Come evidenziato dalla ricerca di Heinicke e Westheimer (1966), la durata della separazione vissuta dal bambino è una variabile associata con un aumento del disagio, durante la separazione e dopo il ritorno a casa.

Un bambino che abbia vissuto intensi e/o ripetuti traumi da separazione sviluppa atteggiamenti più o meno patologici, ma sempre riconoscibili come risposte “sensate” all’evento traumatico. A seconda dell’entità del trauma, dell’età in cui questo si è verificato e della variabile individuale si sviluppano varie forme di patologia, quali un attaccamento particolarmente ansioso con conseguente incapacità di rimanere distante dalla figura di riferimento; delle formazioni reattive per cui il soggetto tende ad esprimere un comportamento iperprotettivo verso gli altri anche in assenza di richieste in tal senso, o tende ad interagire in modo privilegiato con persone“da aiutare”. Questa persona ha sviluppato una fiducia compulsiva in se stessa, per la quale non può tollerare in alcun modo di ricevere aiuto dagli altri. Le origini e le funzioni di tale “sindrome” vengono parzialmente equiparate da Bowlby a quelle che per Winnicott (1974) sono le origini e le funzioni del falso Sé.

Patologie più gravi, generalmente collegate a separazioni precoci e definitive da uno o da entrambi i genitori o a minacce frequenti e ripetute, tali da esasperare il normaleconflitto insito alla relazione di attaccamento, possono dare luogo a forme psicopatiche di delinquenza con una persistente compulsione a trasgredire le norme, a entrare in conflitto con le istituzioni e a riproporre su oggetti esterni le rappresentazioni delle violenze subìte.

Le varie manifestazioni patologiche possono anche essere osservate, sotto il profilo dinamico, come l’esito di un conflitto tra i sentimenti di amore e di odio o bisogno di accudimento e rabbia che sono normale corredo dell’attaccamento. La rabbia nei confronti dell’adulto che non risponde prontamente al richiamo, o che abbandona per un momento la stanza dove si trova il piccolo, viene facilmente integrata con l’amore se le fantasie di abbandono vengono fugate rapidamente. Quando i tempi della separazione si allungano, quando la separazione avviene in maniera particolarmente brusca, quando si producono frustrazioni eccessive, la normale ambivalenza verso la figura che accudisce diventa intollerabile. Il bambino diventa così preda dei suoi sensi di colpa e diviene fragile di fronte a minacce di punizione; il suo Io risulta incapace di amministrare il conflitto e, di converso, proclive a sviluppare forme più o meno patologiche di difesa (Bowlby, 1988).

Ricordiamo che l’ambiente estraneo ha una qualche importanza, ma ciò che conta per il bambino è il fatto che la madre sia presente o assente. Ad esempio, le vacanze della famiglia forniscono un vasto repertorio di aneddoti che evidenziano il modo in cui bambini piccoli si comportano in un ambiente estraneo quando vi siano accompagnati dalla madre. Invero, finché è presente la figura materna abituale è raro che si manifestino disturbi gravi e persistenti. L’osservazione dei bambini piccoli in ospedale fornisce un’altra serie di dati a favore dell’ipotesi che, se la madre è presente, l’ambiente estraneo non è disturbante, o lo è unicamente in misura modesta. Inoltre, se il bambino è accompagnato in ospedale dalla madre presenta pochi o nessuno dei disturbi comportamentali (come, ad esempio, maggiore attaccamento, maggiore disagio durante ogni breve separazione successiva, regressione nel controllo degli sfinteri) così tipici nei bambini che vi vengono lasciati da soli. L’ambiente estraneo accentua però il disagio del piccolo in assenza della madre.

Spitz e Wolf (1946) osservarono un centinaio di bambini di madri nubili che venivano allevati in un’istituzione carceraria. Fino ai sei-otto mesi i bambini studiati avevano ricevuto le cure della madre, poi per motivi esterni inevitabili era avvenuta una separazione, durata all’incirca tre mesi, durante la quale il bambino o non aveva mai visto la madre, o l’aveva vista al massimo una volta per settimana. In tale periodo il bambino era stato affidato alle cure o della madre di un altro bambino, o di una ragazza che si trovava nell’ultimo stadio della gravidanza. Contrariamente da quanto avviene nella maggior parte degli studi del genere, a parte il cambiamento della figura materna, le condizioni ambientali del piccolo erano rimaste abbastanza simili a quelle anteriori alla separazione.

I bambini che con il loro comportamento indussero Spitz e Wolf a descrivere la sindrome della “depressione anaclitica” erano rimasti nello stesso istituto durante l’assenza della madre. Un solo cambiamento nel giro di tre mesi, cioè il ritorno della madre, sarebbe bastato per riportarli a una situazione simile a quella precedente. Infatti, gli autori delineano la depressione anaclitica come una sindrome costituita da sintomi di apprensione, tristezza, pianto, rifiuto del cibo, isolamento che colpisce alcuni bambini intorno ai nove mesi di età. La sua comparsa è provocata dall’assenza della figura materna per almeno tre mesi, dopo che per i primi tre mesi di vita vi è stata una buona relazione madre-figlio. Se prima che sia trascorso un periodo critico, che si pone tra la fine del terzo e la fine del quinto mese, si restituisce la madre al suo bambino, o si riesce a trovare un sostituto accettabile, i disturbi scompaiono con sorprendente rapidità; viceversa, se la separazione si protrae i sintomi divengono più gravi e possono generare insonnia, apatia, perdita di peso, ritardi dello sviluppo e persino morte.

Non dimentichiamo che il gioco riveste un’importanza primaria nello sviluppo affettivo e intellettivo del bambino. Se si osservano i giochi di un bambino, soprattutto in età prescolare, si può facilmente notare come, per un certo periodo di tempo, il piccolo tenda ad “affezionarsi” a un particolare gioco e lo ripeta o, perlomeno, ne ripeta lo schema basilare, pur aggiungendo di volta in volta delle variazioni. Freud (1920), osservando il gioco del rocchetto del nipotino Ernst, giunge a ritenere il gioco come strumento trasformativo ed evolutivo per il bambino. Analizzando la coazione a ripetere, il padre della psicoanalisi delineò il meccanismo universale della ripetizione mediante un gioco infantile, gioco che divenne un esempio paradigmatico dell’azione della coazione a ripetere nella vita psichica: il gioco del rocchetto. Freud notò come il suo nipotino di diciotto mesi si intrattenesse a lungo con un gioco particolare: prendeva un rocchetto e lo lanciava lontano facendolo sparire sotto il letto, il tutto era accompagnato da esclamazioni vocali connotate da intensa affettività. Il gioco pareva ripetere, in una sorta di drammatizzazione affettivo-motoria, una serie di esperienze altrettanto emotivamente intense: le partenze della madre, vale a dire l’esperienza di separazione. Un giorno Freud notò come questo gioco facesse parte di uno più complesso: il piccolo tirava il rocchetto, lo faceva sparire, poi lo recuperava. Il gioco completo appariva raramente, la prima parte sembrava bastare a sé.

Perché ripetere, riproporre un’esperienza dolorosa? Secondo Freud è la coazione a ripetere che spingeva il bambino a giocare. La spinta a ripetere per elaborare psichicamente, impadronirsi di un evento che ha prodotto una forte impressione emotiva è essenziale e indipendente dal principio del piacere. Il tentativo sotteso è la ripetizione del trauma per cercare di eliminarlo.
Se nel gioco la ripetizione può permettere al bambino di assumere una parte attiva nell’esperienza, tentando così di dominare le forti impressioni rivissute nel gioco più di quanto può fare nella realtà, dove spesso esse sono vissute passivamente, nella vita la coazione a ripetere si esaurisce in sé, portando l’individuo a riproporre in differenti contesti l’esperienza traumatica, rivivendo e riattualizzando il trauma. In altre parole, si tende a instaurare con l’oggetto attuale (persona o situazione) una relazione tale da replicare del tutto o in parte l’esperienza o la serie di esperienze traumatiche fissate nell’inconscio. L’oggetto attuale diventa il corpo, supporto di un’immagine concernente un legame con l’oggetto primario. Tutto questo avviene inconsciamente, il soggetto non è consapevole della spinta che lo porta a replicare e del contenuto della ripetizione, così come il nipote di Freud non era consapevole del perché del gioco e della spinta a farlo.
In breve, il rocchetto, secondo Freud, mostra la possibilità per il bambino di riparazione, e quindi di trasformare un’esperienza dolorosa e frustrante (come l’assenza della madre), in un’esperienza controllabile, che gli permette di reggere la separazione e la solitudine. Freud deduce che, attraverso il gioco, il bambino può ripetere le esperienze dolorose e può elaborarle, attivando la capacità di fruire di questa riparazione immaginaria che gli consente pertanto di superare la difficoltà.
Molti casi possono presentare le caratteristiche del gioco del rocchetto; sovente il bambino può manifestare il bisogno di ripetere l’esperienza o le esperienze traumatiche nel tentativo di neutralizzarne la forza. Si tratta di situazioni che dovrebbero essere adeguatamente considerate e valutate anche in ambito forense.

  1. Risposte del bambino

Come reagiscono i bambini piccoli, all’incirca tra i dodici mesi e i tre anni, quando vengono allontanati dalla madre (= persona che accudisce il bambino e verso la quale il piccolo instaura un attaccamento) alla quale sono attaccati, e collocati in un luogo sconosciuto con persone sconosciute?

La risposta iniziale del bambino in questa situazione consiste in una protesta e in uno sforzo spasmodico di recuperare la madre perduta. Spesso il bambino strillerà, scuoterà il suo lettino, si butterà da tutte le parti, dirigerà ansiosamente la propria attenzione verso qualsiasi cosa o qualsiasi suono possano segnalargli la madre perduta. Ciò può andare avanti con alti e bassi per una settimana o più. Per tutto il tempo il bambino sembra sostenuto nei suoi tentativi dalla speranza e dall’aspettativa che la madre ritornerà. Prima o poi subentra la disperazione. Non diminuisce il desiderio del ritorno della madre, ma svanisce la speranza che tale ritorno possa avvenire. Infine, cessano le richieste affannose e incessanti, il bambino diviene apatico, chiuso in se stesso, in una disperazione interrotta forse solo da un lamento monotono e intermittente (Bowlby, 1980).

Come asserisce Robertson:

Se un bambino viene allontanato dalle cure materne in questo periodo, allorché è attaccato alla madre in modo tanto appassionato e possessivo, è veramente come se il suo mondo fosse andato in pezzi. Il suo intenso bisogno della madre resta insoddisfatto, e la frustrazione e l’ardente desiderio di lei possono farlo impazzire di dolore.. Per un bambino di due anni, incapace di comprendere la situazione nuova e di tollerare la frustrazione, è veramente come se la madre fosse morta (Robertson, 1953, citato in Bowlby, 1980, p. 21).

Lo struggimento in attesa della madre perdura a lungo, come hanno dimostrato le prime ricerche svolte da Robertson su bambini ospitati in nidi residenziali o in ospedali, ed è stato confermato dalle ricerche su bambini ospiti di nidi residenziali condotte da Heinicke (1956) e da Heinicke e Westheimer (1966). La reazione preminente, in particolare nei primi tre giorni, era quella di piangere chiedendo dei genitori, soprattutto della madre. Anche se successivamente tale reazione diminuiva, era possibile individuarla episodicamente in ciascuno dei bambini almeno nei primi nove giorni, specialmente al momento di coricarsi e durante la notte, perdurava anche la ricerca della madre. L’osservazione evidenzia come, dopo la fase della protesta, il bambino si tranquillizzi e sia meno esplicito nel suo modo di comunicare. Tuttavia, lungi dall’essersi dimenticato della madre, il piccolo è ancora molto orientato verso di lei.

Dorothy Burlingham e Anna Freud (1942, 1944) hanno riferito diversi casi, osservati alle Hampstead Nurseries (nidi d’infanzia), di intenso desiderio – non espresso a parole, ma tutt’altro che labile o casuale – di avere vicina la madre assente.

Come accade a un adulto addolorato che sente la mancanza di una persona specifica e non può trovare conforto in altre compagnie, così un bambino in una determinata struttura residenziale o comunità rifiuta inizialmente le attenzioni di chi si prende cura di lui. Mentre da un lato sono visibili le sue richieste di aiuto, dall’altro la sua condotta è spesso contraddittoria e frustrante per chi vorrebbe confortarlo. Le reazioni alla perdita della madre nell’infanzia e nella fanciullezza presentano analogie con le reazioni degli adulti che hanno appena subito un lutto. Può capitare che il bambino si aggrappi a qualche operatore e nel medesimo tempo singhiozzi chiamando la madre perduta, oppure respinga i consolatori. Il rifiuto, completo o parziale, dell’adulto estraneo non persiste tuttavia in eterno. Dopo una fase di chiusura e apatia, il bambino comincia a cercare relazioni nuove; questo avviene in modi diversi, a seconda delle singole situazioni. Se è disponibile una particolare figura materna con la quale può entrare in rapporto e che si prende cura di lui con affetto, il bambino inizierà gradatamente ad attaccarsi a lei e a trattarla quasi come se fosse la mamma. Invece, nelle situazioni nelle quali il bambino non ha a disposizione un’unica persona con la quale entrare in rapporto, o quando si avvicendano più persone con ciascuna delle quali egli ha un breve periodo di attaccamento, l’esito è diverso: il bambino diviene sempre più egocentrico, incline a stabilire rapporti passeggeri e superficiali con chiunque. Se una tale situazione diventa un modello stabilizzato, non è positiva per lo sviluppo successivo.

La fase di distacco si osserva con regolarità quando un bambino tra i sei mesi e i tre anni ha passato una settimana o più lontano dalle cure materne e senza essere accudito da una figura sostitutiva specificatamente designata. Questa fase è caratterizzata dall’assenza pressoché totale del comportamento di attaccamento non appena il bambino si ricongiunge alla madre. Già le ricerche di Heinicke e Westheimer (1966) misero in luce che il distacco è caratteristico soprattutto del comportamento di un bambino separato quando incontra di nuovo la madre; la durata di tale distacco dalla madre è correlata in modo elevato e significativo con la durata della separazione. In seguito a separazioni molto prolungate o ripetute durante i primi tre anni di vita, il distacco può persistere a tempo indefinito. Dopo separazioni più brevi il distacco cessa dopo un periodo solitamente di ore o di giorni. Esso viene in genere seguito da una fase durante la quale un bambino è molto ambivalente verso i genitori; da un lato egli ne richiede la presenza e piange amaramente se vene lasciato solo, dall’altro può assumere verso di loro un atteggiamento di rifiuto, di sfida o di ostilità. Quando un bambino ritorna a casa dopo un periodo di lontananza il suo comportamento pone i genitori, in particolare la madre, di fronte a gravi problemi. Il modo di reagire della madre può dipendere, ad esempio, dal tipo di rapporto che ella aveva con il bambino prima della separazione.

La Westheimer (1970) si era soffermata sul modo in cui possono cambiare i sentimenti della madre verso il proprio bambino nel corso di una lunga separazione, della durata di settimane o mesi, in cui ella non vede il bambino. È possibile che i sentimenti caldi si raffreddino e che la vita della famiglia si organizzi in modo tale che non vi sia più posto per l’inserimento del bambino al suo ritorno. Molti dati (ad esempio Robertson, 1953) dimostrano che un bambino portato fuori di casa, in un posto sconosciuto ove era affidato alle cure di estranei, è esposto a temere fortemente di essere portato di nuovo via.

  1. Possibili problematiche

Gli studi sull’attaccamento hanno posto l’accento sulla precocità e sulla necessità dei legami che i bambini instaurano con tutte le persone adulte che fanno parte del nucleo in cui crescono. Si tratta di legami determinanti nella strutturazione della loro personalità, siano essi più o meno intensi, più o meno soddisfacenti, più o meno funzionali alla loro crescita.

Ci sono situazioni nelle quali il distacco dalla madre provoca un vissuto di angoscia, una risposta interna di malessere che può trovare varie forme espressive e talvolta accompagnarsi a manifestazioni fisiche (Altman, Sommer, McGoey, 2009).
Tutto ciò può aumentare la sensazione di non poter più ricevere appoggio dal caregiver e di essere sostanzialmente abbandonato a se stesso. Può essere fonte di sensi di perdita e inadeguatezza a gestire la situazione, ma anche – specialmente nei bambini più grandi – di sentimenti di delusione, di rivalsa, di rabbia nei confronti della madre. Di conseguenza, possono apparire da un lato reazioni e sintomatologie depressive – più comuni nei bambini piccoli – e dall’altro comportamenti di intolleranza, di ribellione verso il genitore, o comportamenti ipercompensatori di pseudo-sicurezza e pseudo-non-curanza. Si crea una situazione nella quale affievoliscono, piuttosto che accrescersi, le possibilità del bambino di valutare obiettivamente la realtà e possono essere poste le premesse per la strutturazione di un falso Sé (Winnicott, 1974), elemento patogeno per lo sviluppo psichico. Queste problematiche non si ripercuotono solo sullo sviluppo personale del bambino, ma anche sulla sua socializzazione: il mancato sviluppo di capacità autonome di lettura e di gestione degli eventi, il grave coinvolgimento nelle problematiche della famiglia e le frequenti difficoltà di svincolo da essa (sensi di colpa, ecc.) non solo diminuiscono la sua attenzione e il suo interesse per i rapporti sociali, ma lo rendono sovente anche incompetente in essi. Talvolta le problematiche sono così ansiogene da determinare nel bambino la persistenza di disturbi nel controllo emotivo (eccessiva irritabilità, aggressività apparentemente non motivate), reazioni depressive anche mascherate (con anoressia, insonnia, svogliatezza, instabilità, scarso rendimento scolastico), e disturbi psicosomatici. Inoltre, ciò può sollecitare il bambino all’accentuazione delle difese ponendo ulteriori ostacoli alla sua crescita come persona separata.

In sintesi

nel bambino piccolo un’esperienza di separazione dalla figura materna, o di perdita di tale figura suscita specifici processi psicologici che sono cruciali sotto il profilo psicopatologico così come un’infiammazione e la conseguente cicatrizzazione dei tessuti sono cruciali in fisiopatologia. Ciò non significa che si abbia come risultato ineluttabile una grave menomazione della personalità; significa piuttosto che, come spesso accade ad esempio per una febbre reumatica, i tessuti subiscono alterazioni che più avanti nella vita provocheranno disfunzioni più o meno gravi. I processi in questione sono… varianti patologiche di alcuni tra i processi che caratterizzano una sana elaborazione del lutto (Bowlby, 1980, p. 32)

Finché si può mantenere la vicinanza desiderata alla figura di attaccamento non si provano sentimenti spiacevoli; al contrario, se c’è la minaccia di perdere quella figura, se la vicinanza non può essere mantenuta o perché la figura scompare, o perché interviene qualche ostacolo, le ricerche e gli sforzi che ne seguono sono accompagnati da un senso di disagio più o meno acuto.

  1. Valutare l’ansia da separazione

Immagini raffiguranti situazioni tali da attivare le rappresentazioni mentali del bambino per ciò che inerisce all’attaccamento sono utilizzate dal Separation Anxiety Test (SAT) di Klagsbrun e Bowlby (1976) per bambini di quattro-sette anni, il quale nella sua versione originale era stato concepito da Hansburg (1972) come test per preadolescenti e adolescenti di età compresa tra undici e diciassette anni. Nella versione di Bowlby il test ingloba due set di sei fotografie (uno per le femmine e uno per i maschi); invece, quello di Hansburg era costituito da dodici vignette raffiguranti scene nelle quali un ragazzo sta per separarsi dai suoi genitori per un periodo più o meno lungo. In alcune foto è il figlio a lasciare i genitori, in altre sono i genitori ad allontanarsi. Il SAT è concepito come un test semi-proiettivo. In ogni foto il focus è sulla situazione, mentre le espressioni facciali dei personaggi sono ambigue. L’ipotesi di base è che il modo in cui un soggetto immagina che si reagisca a una separazione dalla persona amata, o a una minaccia di separazione da essa, è uno degli indici più attendibili di possibili problemi socio-emotivi e di rischi per esiti psicopatologici (Lewinsohn, Holm-Denoma, Small, Seeley, Joiner, 2008). Per il SAT sono state proposte diverse procedure di codifica (Kaplan, 1987; Slough, Greenberg, 1990 presentata in italiano in Liverta Sempio, Marchetti, 2001). Attili (2001) offre una versione modificata del test originale; invero, le fotografie sono state trasformate al computer in vignette (1-6), le quali fanno scattare con più facilità meccanismi proiettivi. Le vignette rappresentano separazioni severe (severe), cioè lunghe o tali da creare sconforto e uno stato d’ansia, e separazioni moderate (mild), vale a dire brevi o più gestibili da un punto di vista emotivo e delle quali fanno normalmente esperienza i bambini nella loro vita di ogni giorno. Tale versione modificata consente non solo di evidenziare i rischi per l’insorgenza di patologie o disturbi della condotta, ma anche di individuare i modelli mentali dell’attaccamento. Inoltre, può essere utilizzata anche con soggetti di una fascia d’età superiore a quella per la quale il SAT originale era stato pensato.

Il SAT sembrerebbe uno strumento in grado di suscitare risposte che riflettono l’organizzazione dell’attaccamento che è possibile osservare mediante indici comportamentali. Dal suo impiego ci si può aspettare che emerga che i bambini sicuri siano in grado più dei bambini insicuri di etichettare in maniera appropriata le loro sensazioni negative, senza tuttavia esagerare l’espressione di quelle emozioni (come tristezza, senso d’ansia, rabbia) associate allo sconforto che può derivare da un’eventuale separazione dal genitore. Non dovrebbe essere presente in essi la tendenza a evitare il confronto con le emozioni negative o la tendenza a negare il loro senso di distress in tali circostanze, come all’opposto ci si aspetta che avvenga nei bambini evitanti. I bambini sicuri non dovrebbero tendere a distorcere le loro emozioni o esprimere sentimenti falsamente ed eccessivamente positivi. Al contrario dei bambini insicuri, i bambini sicuri dovrebbero essere in grado di riconoscersi come incapaci di affrontare le separazioni. I bambini evitanti tenderebbero a dare risposte di tipo evitante non esprimendo le loro emozioni o negando il senso di sconforto dal quale sono assaliti, o tramutandolo in una risposta esageratamente positiva. I bambini ambivalenti tenderebbero ad esprimere in maniera forte le loro emozioni negative, palesando allo stesso tempo rabbia e dipendenza dalla figura di attaccamento. Si può ipotizzare che i bambini disorganizzati e quelli evitanti-ambivalenti diano risposte confuse e/o timorose.

Preme sottolineare che nel caso il bambino sia evitante si potrà intervenire tentando di facilitare l’espressione delle emozioni e delle opinioni, creando un contesto rassicurante in cui il piccolo possa trasformare i suoi schemi cognitivi da “io non sono amabile e la realtà esterna è rifiutante” a “io sono solo e ho bisogno di affetto, la realtà è formata da persone delle quali ci si può fidare”.

Nel caso il bambino sia ambivalente potrebbe rivelarsi proficuo stimolarne l’autonomia e il senso di esplorazione, cercando di trasformare gli schemi cognitivi da “io sono incapace e ho paura, la realtà esterna è inaffidabile e da controllare” in “io sono capace di esplorare e la realtà esterna è rassicurante”. L’obiettivo in tutti i casi consisterebbe nel giungere a un cambiamento stabile attraverso la ristrutturazione dei modelli operativi interni e mediante quei processi di metacognizione che sottostanno alla responsività e alla sensibilità nelle relazioni interpersonali (Attili, 2007).

  1. Considerazioni conclusive

Nei paragrafi precedenti si è tentato di indagare che cosa succede quando ci si trova di fronte a una discontinuità del legame bambino-caregiver.

Tutte le volte che un bambino piccolo, che ha avuto l’opportunità di sviluppare un certo attaccamento a una figura materna, ne viene separato, egli presenta un forte disagio; se poi lo si mette in un ambiente sconosciuto e se una serie di persone estranee si prende cura di lui, facilmente questo disagio diventa intenso. Il modo in cui egli si comporta segue, come abbiamo visto, una sequenza tipica. All’inizio egli protesta con energia e cerca con tutti i mezzi a sua disposizione di recuperare la madre. Poi sembra che egli disperi di riaverla, seguita a pensare a lei e ad aspettare il suo ritorno. Ancora dopo, egli sembra perdere il proprio interesse per la madre e appare emotivamente distaccato da lei. Ciononostante, se il periodo di separazione non è troppo lungo, il bambino non rimane definitivamente distaccato. Presto o tardi, dopo che o si è riunito alla madre, il suo attaccamento verso di lei emerge di nuovo. Dopo di allora per giorni o per settimane, e qualche volta molto più a lungo, egli insiste a volerle restare vicino. Inoltre, tutte le volte che ha l’impressione di poterla perdere ancora, presenta un’angoscia acuta. La fase di protesta solleva il problema dell’angoscia di separazione, la disperazione quello del dolore e del lutto, il distacco quello della difesa (Bowlby, 1973, 1980).

L’utilizzo della teoria dell’attaccamento e gli strumenti di misurazione dell’ansia da separazione sembrano offrire diverse possibilità di utilizzo in ambito psicologico-forense, ai fini della comprensione delle problematiche riguardanti le istituzioni forensi che dovrebbero rappresentare una “base sicura” per il bambino evitando che egli si distacchi dalla realtà del presente. Esiste cioè la necessità di superare le contrapposizioni per giungere ad atteggiamenti di collaborazione reciproca nella programmazione e nella conduzione del successivo allevamento del bambino. Possono essere anche necessari interventi terapeutici sul bambino, in particolare se si delineano sintomatologie che possono aggravarsi ulteriormente incidendo sulla struttura della sua personalità e ponendo ulteriori ostacoli alla sua crescita come persona.

RiR

Riferimenti bibliografici

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