Psicoterapia

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Sul film Nymphomaniac di L. von Trier – Riccardo Dalle Luche

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

Nymphomaniac Vol. I e II (di L. von Trier, con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Shia Labeouf, Stacy Martin, Uma Thurman Dan, 2013)

Lars von Trier (L.v.T.) impiega quattro ore nella versione appena uscita, cinque e mezzo in quella incensurata (ancora inedita), divise in due “Volumi”,   per portare all’estremizzazione due dei maggiori motivi del suo cinema: la riflessione sulla femminilità, identificata tout court con una sessualità femminile che ripropone i grandi pardigmi psicopatologici ottocenteschi dell’isteria e della ninfomania, e l’erosione dei limiti tra cinema d’autore e cinema pornografico, cara non solo a lui, basti pensare e “La vie d’Adele” di Kechiche. All’estremo è anche portata qui da L.v.T. la sua poetica della provocazione se non della martirizzazione o addirittura violenza dello spettatore, costretto a guardare non solo il non visto/mai visto sugli schermi comuni, ma soprattutto ciò che emotivamente è assolutamente insopportabile, qui alcune situazioni relazionali, una morte in diretta ed una serie di perversioni più che assurde.

Forse la dizione Vol. I e II, oltre alla presenza in una parte secondaria ma importante di Uma Thurman, rappresentano una citazione della saga, anch’essa tutta al femminile, di “Kill Bill”, che nel suo perfezionismo ascetico rappresenta per certi versi il contraltare di quello di “Nymphomaniac” ma che, nello stesso tempo, mostra la donna (la femmina) come super-eroe invincibile e inarrivabile.

Molti, fin troppi, si sono lanciati in commenti e recensioni dopo aver visto la prima parte del film dopo l’uscita sugli schermi, senza attendere di vedere anche la seconda parte, cioè tutto il film, almeno nella versione cut. Molti di questi recensori della domenica non avevano forse neppure mai visto neppure uno degli altri film del divino Lars, che nel loro insieme costituiscono un corpus fortemente unitario per stili e temi, come vedremo. Ciò che segue si avvale invece di una conoscenza dell’intera opera del regista danese e della fondamentale visione del Vol II di Nymphomaniac, in lingua inglese.

Come tutti sanno ed hanno visto, il film narra il racconto rapsodico e quasi psicoanalitico che Joe (un nome maschile per l’ennesima eroina martire dei film di L.v.T.), interpretata dallo sguardo e dal corpo perduti di Charlotte Gainsbourg, fa a Seligman (Stellan Skarsgård) che la soccorre e la porta in casa sua. Lei è una ninfomane, lui, Seligman (selig in tedesco significa “beato”), quasi per simmetria, è un intellettuale omniscente e vergine (alla lettera), destinato a rimanere tale di fronte ad una donna che prima di lui ha messo la propria sessualità a disposizione del mondo intero (una metafora dell’astinenza analitica). Seligman, che si definisce “asessuale” e privo di desiderio sessuale, cioè l’esatto contrario di Joe, per quasi tutto il film assolve una sorta di funzione di assistenza psicoanalitica o spirituale. i due ripropongono, insomma le classiche coppie monaco/strega e psichiatra/isterica. Tuttavia quando, finito il racconto di Joe, e quindi la sua funzione di ascolto e commento, Seligman cerca pateticamente di provare per la prima volta il proprio soddisfacimento sessuale, finendo per essere eliminato non solo come uomo ma anche come testimone.Come in “Antichrist” ed in molti altri film di L.v.T., il massacro in cui risolve il rapporto tra il maschile ed il femminile non può che risolversi con la morte di uno dei due membri della coppia. Ma anche, con questo espediente, L.v.T. vuol dirci che ciò che ci ha raccontato è e deve restare un segreto: nessun altro che lui, il regista onnipotente, può conoscerlo e raccontarlo ad uno spettatore complice e connivente.

Tralasciando sugli aspetti più banalmente “psicoanalitici” del film, la madre anaffettiva e noncurante ed il padre compiacente che riesce a comunicare con la piccola Joe soltanto attraverso le proprie ossessioni anatomiche, botaniche e naturalistiche, e che, in una delle parti più strazianti del film, muore atrocemente pur professandosi epicureo e quindi disposto serenamente alla morte, la piccola Joe rivela ben presto che la sua vita sarà tutto un interrogarsi non certo teoricamente sulla “natura” della propria sessualità. Da subito, in una metafora riproposta poi anche nel finale del film, ci mette sulla strada della propria natura, ma anche del proprio problema: la sua ricerca disperata e senza fine, è analoga al desiderio di voler vedere i colori sempre più intensi del tramonto, vale a dire di godere di sensazioni e percezioni sempre più intense. La sua però non è solo una malattia (perchè, diciamolo subito, di questo si tratta) derivata dal fatto che le sensazioni sono in lei molto più forti e quindi più importanti dei sentimenti, e che anche e spesso vengono usate per controllare e annientare i sentimenti, com’è evidentissimo di fronte allo strazio per la morte del padre, ma è proprio il manifestarsi in una sorta di fenotipo naturalistico puro dell’infinita potenzialità della sessualità femminile non repressa. Se il sesso è una certezza, dice Joe nel Vol. I, l’amore non è che una lunga teoria di menzogne.

La “Ninfomania” è una “malattia” descritta in tempi meno ipocriti e falsamente liberali dei nostri, vale a dire nel 1771 da un medico olandese, J.D.T. Bienville (“La Nymphomanie ou traité de la fureur utérine”) e già nel 1783 era stato tradottoin Italiano a Venezia (i tempi una volta erano misteriosamente più veloci dei nostri). Non è il caso qui di dilungarsi sulla storia e il destino di questa malattia, poi in gran parte confluita nell”isetria” ottocentesca ed oggi sostanzialmente quanto erroneamente derubricata anche se rivista qua e là nei comportamenti e nell’immaginario di non poche giovani “borderlines”. Dobbiamo però dire, con le parole di Silvia Vegetti Finzi (1) che la ninfomane si differenzia nettamente dalla più comune “isterica” in quanto “è posseduta da una bramosia che nessun rapporto sessuale riuscirà mai a placare. La sua perenne insoddisfazione denuncia l’inadeguatezza del maschio di fronte alla voragine del desiderio femminile.” Contrariamente all’isterica, che entra in relazione con un partner, sia pure irreale, totipotente e idealizzato, in genere finendo per svalutarlo ed eliminarlo, la ninfomane “persegue soltanto il coito, un principio di prestazione che prescinde dall’esistenza dell’altro”. Inoltre “poichè non conosce catarsi, il desiderio ninfomanico si ripropone perpetuamente nella forma della coazione a ripetere, in una reiterata ricerca dell’oggetto che oltrepassa i confini del bisogno e della domanda.” Con queste citazioni grosso modo mi sento di aver già riassunto, nella sua essenza, la storia del film e di potermi focalizzare perlopiù sugli indizi che L.v.Trier dissemina e che ci indicheranno altre derivazioni estetiche, morali, ed anche psicopatologiche di questo “caso clinico”.

Ma se la Ninfomania è una malattia, è essa curabile? Dal film sembrerebbe di no. Si tratta di una forma di dipendenza patologica che non solo non può recedere, ma che è destinata per sua natura ad ampliarsi, ricercando stimoli sempre maggiori, in una deriva fortemente tanatotropica, oppure a cronicizzarsi come un’abitudine della quale è divenuto impossibile fare a meno. La stessa Joe, inviata a curarsi in un gruppo di donne sex addicted, dopo aver rivisto per un attimo allucinatoriamente se stessa quand’era “Ninfa” -Nabokov (2): “Accade a volte che talune fanciulle, comprese tra i confini dei nove e i quattordici anni, rivelino a certi ammaliati viaggiatori (…) la propria vera natura, che non è umana, ma di ninfa (e cioè demoniaca)” -, rivendicherà la propria naturale diversità rispetto alle altre “pazienti” il cui comportamento non è che una copertura di dinamiche nevrotiche non primariamente sessuali. La Ninfomania è quindi per L.v.T. un fenomeno di Natura, la sessualità femminile è pura Natura (qui inizialmente Seligman la tratta in analogia ai comportamenti istintuali dei pesci, per i quali la “ninfa” della mosca è un’ottima esca), ma la Natura per L.v.T. (vedi “Antichrist”, il film che insieme alle inquietudini sessuali della prima parte di “Melancholia” “prepara” “Nymphomaniac”) è anche la “Chiesa di Satana”. Anche in “Nymphomaniac”, come del resto già in “Le onde del destino”, il film seminale di L.v.T. del 1996, ci sono paralleli tra il martirio sessuale e il martirio cristico. Qui l’omnisciente Seligman si lancia in un’illustrazione della differenza radicale tra Chiesa ortodossa (più gioiosa e materna nella sua iconografia) e Chiesa Cattolica Romana (più cupa e centrata sul martirio di Cristo), cosa che avrebbe provocato lo scisma d’Oriente del 1054. La cosa è alquanto rilevante per la nostra Joe, la quale, all’età di 12 anni, durante un afoso meriggio estivo, l’ora di Pan, ebbe il suo primo orgasmo spontaneo in un’esperienza di levitazione mistica (panico con derealizzazione e sintomi psicotici) -senza dubbio una delle scene più belle dell’intero film, sia pure anticipata in “Antichrist”-, nella quale si vede sollevata da terra accompagnata dall’apparizione di due figure sacre che Selingman interpreta come quelle di due mitiche anti-sante per eccellenza: Valeria Messalina, moglie dell’imperatore Claudio, e la Puttana di Babilonia (3); l’intera scena è quindi per Seligman una “revisione blasfema” del celebre dipinto di Raffaello, la “Trasfigurazione del Cristo sulla montagna” (più esattamente sul monte Tabor), nel quale Cristo, per la prima volta, viene illuminato dalla luce divina. Oltre a questa discettazione storico-religiosa e teologica, L.v.T. mette in bocca a Seligman una serie continua di interpretazioni e interventi di “alta cultura”; in uno di questi la concomitnza di tre uomini nella vita di Joe viene accostata al Cantus Firmus a tre voci di Johan Sebastian Bach: ogni singolo uomo è una melodia e tre insieme -il sottomesso servile, il dominatore animalesco, e, nel mezzo, l’uomo che si può amare per una vita, Jerome- fanno un’armonia (il buon Johan Sebastian potrebbe essersi rivoltato nella tomba). In un altra occasione tocca ai numeri di Fibonacci, peraltro già portata al cinema più volte da Peter Greenaway, che qui indicano il numero dei “colpi” con i quali Jerome toglie a Joe adolescente, su sua esplicita richiesta, la verginità vaginale e anale. Jerome, l’unico partner costante e consistente di Joe, ricomparirà poi più volte nella sua vita come amante e marito che infine la tradisce e che, dopo che lei ha cercato di ucciderlo con la pistola Walter PPK automatica di James Bond, quella che sostituisce l’amata Beretta, quando si inceppa -(“Ian Fleming, chi non ha letto quello non ha letto nulla” dice misteriosamente Joe)-, la martorizza e l’abbandona. In precedenza Joe si era ritrovata anche ad essere non più solo femmina ma madre grazie a Jerome: tuttavia alla fine la sua passione ninfomanica sarà più forte del pur non assente istinto materno, come del resto in “Antichrist”, il cui inizio tragico viene qui citato alla lettera terroristicamente da L.v.T. con tanto di neve al ralenti e aria di Händel (“Lascia ch’io pianga/la cruda sorte/ e che sospiri la libertà”); il figlioletto sarà dato in affidamento, come accade per ogni psicotica che si rispetti.

In diverse situazioni la “natura” ninfomanica” di Joe la rendono incompatibile con i ruoli sociali, familiari e materni, radicalmente estranea alle convenzioni ed emotivamente insensibile al dolore che i suoi comportamenti provocano, ad esempio nelle rivali in amore e nel compagno. Nella sua escalation alla ricerca di sensazioni speciali, nel “Vol. II” del film, Joe entrerà, come del resto altre eroine trieriane, in un girone sadiano-infernale fatto di sadomasochismo estremo, pedofilia, autolesionismo, lesbismo, violenza e morte (e chi più ne ha più ne metta), ma, paradossalmente, si salverà. La forza e l’istinto di conservazione resta questa volta più forte della pulsione tanatotropica, come accade all’albero, un arbusto distorto dal vento in cima ad una arida montagna, che alla fine Joe riconosce, dietro insegnamento del padre, come il simbolo del proprio Sé.

La cupa atmosfera di degradazione e perversione del Volume II viene qua e là smorzata da un’ironia grottesca e sardonica, come quando, ad esempio, Joe prova ad accoppiarsi con due senegalesi dai membri sterminati, con i quali non può scambiare una parola, i quali finiscono per litigare tra di loro sulla priorità dell’accesso ai principali orifizi e non farne di niente (comandare è meglio che fottere).

Sui titoli di coda la voce flebile di Charlotte Gainsbourg interpreta ironicamente il celebre pezzo di Jimi Hendrix, Hey Joe (“Hey Joe, dove stai andando con quella pistola in mano?/Sto andando ad uccidere la mai vecchia signora”) ricordandoci che il nome del suo personaggio è un nome maschile: del resto la bisessualità, per il vecchio Freud, era il marchio ultimo dell’isteria.

Molti hanno parlato per questo film di “porno d’autore” o di “porno” intercalato a spezzoni d’autore ovvero di film d’autore con inserti pornografici. Io non saprei dire, salvo che se il porno è, almeno nelle intenzioni, un inno al Godimento, qui siamo di fronte ad un’opera ossessivamente satanica, nella quale, come nell’ultimo Pasolini di “Salò e le 120 giornate di Sodoma” (e di “Petrolio”) (correva l’anno 1976), il godimento coincide con il martirio, ed in ultima analisi il Bene con il Male e viceversa. “Nymphomaniac” appare l’opera di una mente sfibrata ed estenuata che, contrariamente a molte delle precedenti pur estreme occasioni, ha perso in parte il senso del gusto dell’immagine e quasi del tutto quello del limite morale, con l’unico fine di epatèr le bourgois. Ma è soprattutto la sua originalità ad agonizzare: la solita, ubiquitaria, traballante, handycam, che qui sfoca a volte sui macro dei sessi e degli sfinteri, il montaggio brutale e sconnesso, anche per l’ora e mezzo di tagli annunciati, costituiscono il consueto marchio della fabbrica trieriana per un film infarcito di troppe ripetizioni, autocitazioni, intellettualismi superficiali, talora appicciaticci e sterili, troppe variazioni sui temi già svolti nei film precedenti, quasi che l’universo mentale di L.v.T. non potesse che lavorare su materiali già acquisiti, come accade nel delirio (che qui potremmo definire megalomanico, sadico e narcisista).

Trattandosi comunque dell’opera di una mente cinematograficamente (e non solo) prodigiosa attendiamo con una certa curiosità l’uscita della versione uncut ed il trascorrere di un po’ di tempo per revisionare il fastidio provato, e

aspettiamo di vedere se questa o quella immagine o situazione aggancino qualcosa del nostro più macabro inconscio, spingendoci a rivedere il film, come è accaduto con quasi tutti gli altri, “Antichrist” soprattutto, ma anche “Melancholia”.

Riccardo Dalle Luche

(1) Vegetti Finzi S.: Ninfomania: tempo e mito della sessualità femminile. in: J.D.T: Bienville, La ninfomania ovvero il furore uterino, Marsilio, Venezia, 1986.

(2) Nabokov V.: Lolita (1955) Adelphi, Milano, 1993.

(3) Selingman interpreta le apparizioni sulla base della loro iconografia: Messalina tiene il velo alzato con due dita ed ha un figlioletto in braccio (come la vergine Maria, cosa che aveva indotto Joe a riconoscerla come tale), com’è raffigurata in una statua conservata al Louvre. La puttana di Babilonia appare su un dipinto a cavallo di una “creatura” che Selngmam interpreta come “Nimrod in forma di toro”. Se su Messalina esiste un’ampia letteratura contemporanea e quindi un’ampia storiografia, questi riferimenti all’archeologia medioorientale sono più confusi e complessi. Nell’Antico Testamento Nimrod, figlio di Semiramis (che secondo alcuni ne fu anche moglie, come per Edipo) e di Cus, della discendenza di Noè, fu il fondatore del primo impero postdiluviano. In un reperto archelogico iracheno Nimrod è un gigante di oltre sei metri di altezza con corna di toro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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