Psicoterapia

Home » Fascicolo 3 2012 » Il Verbal Response Modes nello studio del trattamento di un episodio depressivo – Alessandra Montagnese

Il Verbal Response Modes nello studio del trattamento di un episodio depressivo – Alessandra Montagnese

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

Riassunto: Descriviamo come studiare gli scambi verbali, tra psicoterapeuta e paziente, in una terapia psicodinamica. Le espressioni, nella comunicazione tra due persone, possono essere descritte come riferite all’esperienza del locutore o dell’altro, riguardanti la cornice di riferimento del locutore o dell’altro, e focalizzate sul locutore o sull’altro (dove per “focus” si intende la presunzione di conoscenza dell’esperienza dell’altro). L’intersezione tra questi tre principi di classificazione dicotomici crea otto modi di risposta verbale: rivelazione, edificazione, consiglio, conferma, domanda, riconoscimento, interpretazione e riflessione. Ciascun modo ha una forma grammaticale e un intento interpersonale specifici che permettono alla forma e all’intento di un’espressione di essere codificati separatamente. I modi possono essere usati per definire sei dimensioni di ruolo chiamate informatività, attenzione, modestia, presunzione, direttività e non direttività. I modi di risposta verbale, gli intenti, le forme e le dimensioni di ruolo creano i profili dei ruoli e delle relazioni del terapeuta e del paziente. Alla fine del libro l’autore riporta i risultati dell’analisi degli scambi verbali.

Abstract: We describe how to study the verbal exchanges, between psychotherapist and client, in the psychodynamic therapy. Utterances in dyadic communication can be described as concerning the speaker’s or the other’s experience, using the speaker’s or the other’s frame of reference, and being focused on the speaker or the other (where “focus” means presuming or not presuming knowledge of the other). The intersection of these three dichotomous principles of classification defines eight verbal response modes: disclosure, edification, advisement, confirmation, question, acknowledgment, interpretation, and reflection. Each mode has a distinctive grammatical form as well as a distinctive interpersonal intent, so the form and the intent of an utterance can be coded separately. The modes can be used to define six role dimensions labeled informativeness, attentiveness, unassumingness, presumptuousness, directiveness and acquiescence. The verbal response modes, the intents, the forms  and the role dimensions create the roles’ profiles as well as the profiles of the relationships between psychotherapist and client. At the end of the book the author reports the results of the analysis of the verbal exchanges.

Il Verbal Response Modes nello studio del trattamento di un episodio depressivo

Alessandra Montagnese (psicologa)

Presentazione dello strumento

Concepito da Stiles (1992)  il Verbal Response Modes (VRM) è uno strumento di valutazione del discorso verbale tra due interlocutori, tra i quali uno è considerato locutore, colui che emette un’espressione, e uno è chiamato altro, colui che ascolta l’espressione del locutore e risponde di conseguenza (Stiles, 1992). La caratteristica fondamentale del VRM è la valutazione di cosa gli interlocutori fanno all’interno della conversazione e non di tutto ciò che è esterno, o funzionale, ad essa. Il Verbal Response Modes rientra nella lista degli strumenti di valutazione del microprocesso linguistico di una psicoterapia poiché esso valuta i modi di risposta verbale pronunciati da due, o più, interlocutori all’interno di uno scambio verbale (Stiles, 1992). Esso permette di studiare le espressioni di ogni soggetto che parla da due punti di vista: l’intenzione considerata come il significato pragmatico ossia ciò che il locutore intende dire pronunciando l’espressione, la forma intesa come il contenuto grammaticale dell’espressione (Stiles, 1992); per valutare la forma è utile conoscere la forma grammaticale dell’enunciato, soprattutto il suo soggetto, per conoscere l’intento è necessario fare riferimento ai tre principi di classificazione.

Ogni espressione comprende l’esperienza centrale di un interlocutore, fatta di sentimenti,  pensieri,  percezioni e  azioni intenzionali suoi che vengono circondati dall’esperienza (fatta di sentimenti, pensieri, percezioni e azioni intenzionali)  dell’altro per creare un flusso più o meno continuo che varia in profondità, intensità e larghezza (Stiles, 1992).

Il VRM valuta la forza illocutoria del discorso ossia quello che viene fatto durante la conversazione, l’atto del discorso (Searle, 1976) (non ciò che viene pensato). Tutto ciò che è designato come accenno o allusione, livello di manipolazione, segreto, involontario o subconscio, non viene codificato; ciò restringe il campo di applicazione dello strumento a ogni tipo di espressione e rende i principi di classificazione esaustivi per ogni tipo di discorso (Stiles, 1992). Non viene, altresì, considerato tutto ciò che rientra nel cosa viene detto: si intendono qui la categoria del contenuto o del senso, ossia tutto ciò che è il contenuto semantico connotativo o denotativo (segni linguistici  che portano o no valori attributivi (Zingarelli, 2000)) e la categoria del contenuto paralinguistico o della comunicazione non verbale (risate, esitazioni, espressioni facciali) (Stiles, 1992). Queste metacategorie non vengono codificate ma il loro contributo è necessario per valutare il contesto della comunicazione, importante per la codifica delle intenzioni (Stiles, 1992).

Altre comunicazioni non valutate dal VRM sono le espressioni ellittiche, ossia quelle espressioni sintetiche (per esempio le domande) in cui non è ben chiaro cosa il locutore intenda; in questo caso è utile considerare il contesto (Stiles, 1992).

Non è, altresì, importante la verità o felicità delle espressioni, infatti, le metafore vengono codificate per la loro forma letterale e per il significato pragmatico (Stiles, 1992).

I soggetti attori della comunicazione possono essere singoli individui o collettività, o ancora entità immaginarie, come quando una persona parla al cielo o a se stessa. Le microrelazioni sono discrete, nel flusso continuo dell’esperienza, e vengono  considerate dal VRM come facenti parte di un insieme di scambi di espressioni che unisce i due, o più, interlocutori e possono essere di tipo medico, ossia un’intervista tra medico e paziente, psicoterapeutico, conversazioni informali, lettere, interazioni familiari, interviste di lavoro, letture universitarie, discorsi politici, negoziazioni lavorative, interrogazioni in tribunale, telefonate in programmi radiofonici, pubblicità televisiva ecc. (Stiles, 1992).

Tutti questi tipi di discorso possono essere codificati se vengono forniti al codificatore i documenti, ad essi relativi, in forma scritta o registrata su nastro in forma uditiva o visiva. Negli ultimi anni il consenso per la registrazione dei discorsi è aumentato, facilitando le pratiche di codifica. La codifica basata sui dati registrati è più veloce perché permette di considerare anche caratteristiche, quali i toni delle voci, le espressioni dei visi, che aiutano a valutare più facilmente le intenzioni degli interlocutori, cosa più difficile con i trascritti in cui sta alla valutazione del contesto, da parte del codificatore, la buona riuscita del lavoro.

Principi di classificazione

I Principi di Classificazione sono tre e sono i punti di riferimento sostanziali per poter codificare qualsiasi espressione in qualsiasi discorso (Stiles,1992).

Prima di passare alla loro descrizione dettagliata ci sono quattro caratteristiche (Stiles, 1992) che rendono i Principi di Classificazione  identificativi del Verbal Response Modes (e solo di esso) :

–                                 Dicotomia: ciascuno può prendere il valore di “locutore” e di “altro”;

–                                 Ortogonalità: tutte le otto combinazioni (2x2x2) di essi  sono possibili;

–                                 Mutua esclusività: la presenza di un principio per il locutore esclude la sua presenza per l’altro;

–                                 Esaustività: ogni espressione può essere codificata per ogni comunicazione (anche se non tutte le possibili distinzioni tra forze illocutive possono essere esaurite, per ciò, la forza delle espressioni deve essere valutata all’interno del contesto per poter essere codificata).

I principi di Classificazione sono (Stiles, 1992):

Risorsa dell’esperienza. L’esperienza espressa da un atto del discorso può essere propria del locutore, come quando egli rivela i suoi sentimenti, opinioni o  informazioni da lui conosciute, o può essere propria dell’altro, come quando il locutore  fa una domanda o descrive i sentimenti dell’altro.

Per capire come differenziarle è utile porsi una domanda: di chi è l’esperienza al centro dell’espressione? Se la risposta è “del locutore”, la risorsa dell’esperienza è il locutore e l’espressione è descritta come informativa; se la risposta è “dell’altro” la risorsa dell’esperienza è l’altro e l’espressione è descritta come attenta.

Presunzione circa l’esperienza. Nell’eseguire un atto del discorso un locutore può avere bisogno o no di presumere di conoscere cosa l’esperienza dell’altro è, era, sarà, o potrebbe essere.

Una domanda da fare per evidenziare i due aspetti è: questa espressione chiede al locutore di presumere di conoscere l’esperienza dell’altro? Se la risposta è “no” l’espressione è codificata locutore (in quanto egli conosce solo la sua esperienza) ed è descritta come modesta; se la risposta è “si” l’espressione è codificata altro ed è descritta come presuntuosa.

Cornice di riferimento. Il significato che un’esperienza ha in un particolare atto del discorso deriva dalla costellazione di esperienze associate (idee, memorie) con le quali essa è unita. Ciascun punto di vista, schema, modo di vedere le cose o teoria può essere considerato la cornice di riferimento dalla quale una persona parte per parlare con qualcun altro.

Se si desidera identificare il soggetto a cui il punto di vista appartiene si può rispondere a una domanda: chi può decidere se l’espressione è vera, accurata o appropriata? Se la risposta è il locutore la cornice di riferimento è sua e l’espressione è codificata come direttiva; se la risposta è l’altro la cornice di riferimento è sua e l’espressione è codificata come non direttiva.

La cornice di riferimento è quel Principio di Classificazione che determina la socialità dell’espressione ossia quanto l’informazione, contenuta al suo interno, è condivisa dalla popolazione.

I termini sottolineati: informativa, attenta, modesta, presuntuosa, direttiva, non direttiva saranno presi in considerazione nel paragrafo dedicato alle Dimensioni di Ruolo  dove sarà valutato il loro ambito di applicazione.

Forme e intenti dei modi di risposta verbale

Nel processo di codifica di espressioni, le forme dei modi di risposta verbale possono differire dagli intenti, in questo caso i modi di risposta verbale sono detti misti; nel caso in cui le forme e gli intenti dei modi di risposta verbale coincidono, i modi di risposta verbale sono detti puri. Nel codificare le risposte verbali il codice della forma deve essere posto prima del codice dell’intento (Stiles, 1992).

Forme dei modi di risposta verbale

La forma dei modi di risposta verbale è data ad un’espressione sulla base delle sue caratteristiche grammaticali (Stiles, 1992); il processo di determinazione di quali caratteristiche grammaticali corrispondono a ciascuna categoria del VRM, basato su 15 anni di lavoro, ha implicato la determinazione di risposte alla domanda: qual è  il significato letterale di ciascuna espressione grammaticale, quando l’espressione è presa dal suo contesto (Stiles, 1992)?

Le forme dei modi di risposta verbale sono otto, una per ogni categoria in cui le espressioni di un colloquio possono rientrare sulla base dei principi di classificazione. Ogni categoria ha le sue proprie caratteristiche grammaticali che la rendono perfettamente identificabile dalle altre, e sono (Stiles, 1992):

–                                 Forma  rivelazione: la rivelazione si ha quando l’espressione è dichiarativa e la sua forma è caratterizzata dalla presenza della prima persona singolare (io), o dalla prima persona plurale (noi) dove l’altro non è incluso come referente. Soggetti composti che includono pronomi di prima persona (io o noi) sono codificati come forma rivelazione  se essi non si riferiscono all’altro. Esiste un caso in cui il locutore, mettendo i pensieri dell’altro in parole, usa l’io al posto del tu, in tal caso la regola della forma rivelazione cade per lasciare il posto alla forma riflessione (Stiles, 1992);

–                                 Forma edificazione: l’edificazione è un’espressione dichiarativa il cui soggetto è la terza persona. Sono forma edificazione tutte le frasi in cui vi sono nomi propri di persona come soggetti e pronomi relativi come terza persona (Stiles, 1992);

–                                 Forma consiglio: il consiglio è un’espressione di tipo imperativo con una seconda persona singolare o plurale come soggetto. Il verbo della frase è un permesso, una proibizione, un obbligo. La forma imperativa non nomina, di solito, il soggetto che è sempre la seconda persona e quindi una forma consiglio (Stiles, 1992);

–                                 Forma conferma: si ha un’espressione di conferma quando la frase è dichiarativa e il soggetto è la prima persona plurale con l’altro come referente. Il soggetto composto dall’oratore e dall’altro crea una frase con la forma conferma (Stiles, 1992);

–                                 Forma domanda: l’espressione sotto forma di domanda è interrogativa e caratterizzata dalle tipiche parole interrogative (solitamente poste all’inizio della frase) chi, che cosa, quale, perché, quando, come, dove. Non è necessaria la presenza del punto di domanda per rendere un’espressione una domanda (Stiles, 1992);

–                                 Forma riconoscimento:  le frasi di riconoscimento sono espressioni usate tipicamente per comunicare di avere ricevuto la comunicazione dell’altro o per dimostrare di averlo riconosciuto. Sono espressioni non lessicali come “mm-hm”, “oh”, “ah-hah”; espressioni lessicali senza contenuto come “si”, “no”, “bene”; termini di saluto quali “ciao”,”arrivederci”; titoli usati verso le persone per indicargli l’avvenuto riconoscimento tipo”dottor Rossi”. Le espressioni di riconoscimento sono codificate solo se hanno qualche intento comunicativo, solitamente riconosciuto dal contesto, nel caso in cui sono solo dei rumori non comunicativi non sono codificate (Stiles, 1992);

–                                 Forma interpretazione: i predicati che servono a evidenziare un attributo o un’abilità dell’altro sono frasi interpretative, caratterizzate dalla presenza della seconda persona plurale o singolare. Termini di  valutazione o apprezzamento quali “giusto”, “bene”, “okay”, “bravo”, sono forma interpretazione se usati per rispondere all’altro (Stiles, 1992) ;

–                                 Forma riflessione:  espressioni che denotano esperienze interne (pensieri, sentimenti, percezioni, intenzioni) o azioni volute dell’altro sono riflessioni e hanno come soggetto la seconda persona plurale o singolare. La ripetizione letterale, o la conclusione, della frase dell’altro sono forme di riflessione così come il parlare al posto dell’altro (Stiles, 1992);

–                                 Forma non codificabile: esistono espressioni che non possono essere codificate poiché non è facile sentirle o capirle, se neppure il contesto rende chiaro il loro significato esse sono considerate non codificabili. Rientrano nella fattispecie anche le espressioni rivolte a entità che non fanno parte della relazione locutore-altro come, ad esempio, Dio o il Fato (Stiles, 1992).

Intenti dei modi di risposta verbale

L’intento di un’espressione, secondo il VRM, è un microintento ossia un aspetto del significato pragmatico che viene dato all’enunciato sulla base del contesto a cui fa riferimento (Stiles, 1992). L’intento non può essere confuso con i più ampi concetti di intenzione e proposito (Stiles, 1992).

Nel determinare l’intento di un’espressione, il codificatore deve rispondere alle seguenti tre domande (le stesse che caratterizzano i principi di classificazione):

  1. di chi è l’esperienza al centro dell’espressione?
  2. questa espressione chiede all’oratore di presumere di conoscere l’esperienza dell’altro?
  3. quale cornice di riferimento è usata per capire l’esperienza?

Per codificare gli intenti, il VRM fornisce una serie di caratteristiche, tipiche per ognuno degli otto intenti, che rendono questi perfettamente identificabili, e sono (Stiles,1992):

–                                 Intento rivelazione: esso riguarda l’esperienza del locutore, non richiede specifiche presunzioni circa l’esperienza dell’altro e usa la cornice di riferimento del locutore. La rivelazione si riferisce ai pensieri, sentimenti, desideri, percezioni e intenzioni del locutore. Per distinguere le rivelazioni da altri modi di risposta verbale più oggettivi, è importante considerare la privatezza delle dichiarazioni, la loro carica emozionale, la loro profondità psicologica (Stiles, 1992);

–                                 Intento edificazione: si riferisce all’esperienza del locutore, non richiede specifiche conoscenze dell’esperienza dell’altro e usa una cornice di riferimento neutrale, condivisa socialmente. Le edificazioni sono dichiarazioni riguardanti informazioni pubbliche, senza il bisogno di essere vere, o esperienze private di soggetti esterni  alla relazione tra locutore e altro. Esse possono riguardare, anche, le informazioni che derivano direttamente da teorie condivise o da speculazioni, benché sia rispettato il carattere di osservabilità oggettiva (Stiles, 1992);

–                                 Intento consiglio: esso concerne l’esperienza del locutore, chiede al locutore di presumere di conoscere cosa l’altro fa o pensa e usa la cornice di riferimento del locutore. Il consiglio è quella modalità di risposta verbale che cerca di imporre la volontà del locutore sull’altro, infatti, include le direttive di ogni tipo: comandi, richieste, suggerimenti, avvisi, permessi, proibizioni. Ogni dichiarazione di obbligo è considerata consiglio (devi, dovresti ecc.). In psicoterapia il consiglio è molto frequente e lo si può trovare sotto la forma di un consiglio da seguire durante la seduta, o un consiglio a cui fare riferimento fuori dallo studio di analisi (Stiles, 1992) ;

–                                 Intento conferma: l’esperienza considerata è quella del locutore al quale viene chiesto di presumere di conoscere l’esperienza dell’altro; la cornice di riferimento usata è dell’altro. La conferma concerne la condivisione dell’esperienza tra gli interlocutori, attraverso l’espressione di idee, memorie, credenze che essi hanno in comune. L’accordo o il disaccordo sono considerati intento conferma indipendentemente dalla positività o meno della condivisione (Stiles, 1992);

–                                 Intento domanda: esso si riferisce all’esperienza dell’altro, non viene richiesto al locutore di presumere di conoscere l’esperienza dell’altro, e usa la cornice di riferimento del locutore. Il locutore cerca, attraverso la domanda, di riempire un gap all’interno della sua cornice di riferimento, o punto di vista. L’intento domanda comprende domande chiuse (solo due tipi di risposta sono possibili: si o no), domande che richiedono brevi risposte (ad esempio quando si chiede a qualcuno l’età o il nome), domande aperte (in cui la gamma delle risposte è ampia), domande test (in cui la risposta è già conosciuta da chi la pone; solitamente vengono rivolte a bambini), domande che cercano di elicitare gli altri intenti (come ad esempio una domanda che viene posta per cercare un consiglio) (Stiles, 1992);

–                                 Intento riconoscimento: esso concerne l’esperienza dell’altro mentre non viene richiesta alcuna presunzione di conoscenza circa la sua esperienza, e viene usata la sua cornice di riferimento. Il riconoscimento è quella risposta verbale che viene usata per comunicare l’avvenuta presa di coscienza di ciò che l’altro ci vuole dire; attraverso una serie di espressioni senza contenuto tipo: bene, mh-mh, già,ecc. i partecipanti alla comunicazione dichiarano di avere recepito l’informazione e preparano la base per la sua prosecuzione. Tra i termini di riconoscimento ritroviamo anche espressioni di saluto, come: ciao, arrivederci, eccetera, che mostrano come la comunicazione è stata accettata e può terminare (Stiles, 1992);

–                                 Intento interpretazione: esso si riferisce all’esperienza dell’altro del quale si presume di conoscere l’esperienza, usando la cornice di riferimento del locutore. L’interpretazione è quella modalità di risposta verbale, usata dal locutore usando il suo punto di vista,  per mettere in parole l’esperienza, i comportamenti o i pensieri dell’altro. I vari tipi di interpretazione, che possono essere codificati come intenti interpretazione, sono: le interpretazioni psicologiche (molto presenti nei trascritti delle psicoterapie), i giudizi e le valutazioni che si possono fare dell’altro, nomine ed  etichettature, lodi e critiche, predizioni  sull’esperienza dell’altro, rassicurazioni circa la normalità e positività del comportamento dell’altro (Stiles, 1992);

–                                 Intento riflessione: concerne l’esperienza dell’altro, al locutore viene richiesto di presumere di conoscerla usando la cornice di riferimento condivisa con l’altro. La riflessione mette l’esperienza dell’altro in parole, mostrando la presenza di empatia da parte del locutore, che possono essere: ripetizioni di ciò che l’altro ha appena detto, chiarificazioni, dichiarazioni che esplorano quello che l’altro può aver provato. La differenza tra la riflessione e l’interpretazione è che nella prima solo l’altro può giudicare l’accuratezza dell’espressione dal suo punto di vista, infatti, sono considerati i sentimenti e i pensieri dell’altro nonché i suoi comportamenti intenzionali. Importante è la distinzione che viene fatta, da Stiles (Stiles,1992), tra semplici riflessioni (ripetizioni, parafrasi e sommari di ciò che l’altro ha detto) e riflessioni esplorative; queste ultime inseriscono un elemento di novità, una nuova informazione nell’esperienza dell’altro  attraverso riformulazioni di ciò che l’altro ha dichiarato, sempre mantenendo il suo punto di vista (Stiles, 1992);

–                                 Intento non codificabile: le espressioni incomprensibili o che non possono essere udite sono considerate non codificabili. E’ molto difficile trovare espressioni di questo tipo anche se la tentazione di codificare espressioni difficili come non codificabili è molto sentita tra i codificatori. Anche qualora si trovino espressioni di questo tipo, esiste sempre un codice che può essere ad esse legato; per far ciò è utile ricorrere alla valutazione del contesto e alla conoscenza che si ha della comunicazione che si sta codificando, oltre che alla considerazione dei principi di classificazione (Stiles, 1992).

Dimensioni di ruolo

Le dimensioni di ruolo sono indici formati dall’aggregazione dei modi di risposta verbale, il cui tipo di aggregazione è determinato dai principi di classificazione (Stiles, 1992).

Questi indici sono stati creati per evidenziare il peso che hanno i principi di classificazione nel direzionare e condizionare le risposte in un discorso e in un’interazione verbale; tali indici sono costrutti teorici e, come tali, non sono generati da impressioni intuitive (Stiles, 1992). Per spiegare quest’ultimo punto, è bene dire che le dimensioni di ruolo non derivano da una valutazione esterna che un codificatore può fare nei confronti di un tipo di espressioni, ma, sono calcolate come proporzione tra il totale delle espressioni di una certa dimensione diviso per il numero complessivo delle espressioni (Stiles, 1992).

    Dimensioni di ruolo                    Modi del VRM

____________________________________________________________

    Informatività     Rivelazione, Edificazione, Consiglio, Conferma

Attenzione          Domanda, Riconoscimento, Interpretazione, Riflessione

    Modestia                 Rivelazione, Edificazione, Domanda, Riconoscimento

    Presunzione       Consiglio, Conferma, Interpretazione, Riflessione

    Direttività                Rivelazione, Consiglio, Domanda, Interpretazione

    Non direttività  Edificazione, Conferma, Riconoscimento, Riflessione

_____________________________________________________________  Tabella 1 Dimensioni di ruolo

 

La tabella 1 può aiutare a evidenziare meglio le categorie.     

Gli indici delle dimensioni di ruolo possono essere calcolati separatamente per forma e intento, oppure come media tra forma e intento, e sono:

–                                 L’informatività, come insieme delle espressioni che denotano l’esperienza del locutore, è la proporzione tra la somma delle espressioni nei modi rivelazione, edificazione, consiglio, conferma e la somma delle espressioni emesse (Stiles, 1992);

–                                 L’attenzione, come insieme delle frasi che descrivono l’esperienza dell’altro, è la proporzione tra la somma degli enunciati nei modi domanda, riconoscimento, interpretazione, riflessione e  la somma delle espressioni pronunciate (Stiles, 1992);

–                                 La modestia, come insieme delle espressioni in cui il locutore non presume di conoscere l’esperienza dell’altro, è la somma delle espressioni nei modi Rivelazione, Edificazione, Domanda, Riconoscimento e la somma delle espressioni pronunciate (Stiles, 1992);

–                                 La presunzione, come l’unione delle frasi che esprimono una presunzione di conoscenza dell’esperienza dell’altro da parte del locutore, è la somma delle frasi nei modi Consiglio, Conferma, Interpretazione, Riflessione e la somma delle espressioni pronunciate (Stiles, 1992);

–                                 La direttività, come l’insieme delle espressioni che prendono come punto di vista quello del locutore, è la somma delle espressioni nei modi Rivelazione, Consiglio, Domanda, Interpretazione e la somma delle espressioni pronunciate (Stiles, 1992);

–                                 La non direttività, come insieme degli enunciati che comunicano il punto di vista condiviso con l’altro, è la somma delle frasi nei modi Edificazione, Conferma, Riconoscimento, Riflessione e la somma delle espressioni pronunciate (Stiles, 1992).

Le dimensioni di ruolo hanno mostrato la loro utilità in molte ricerche condotte da Stiles (Stiles, 1992), soprattutto quelle rivolte alle interazioni medico-paziente e psicoterapeuta-cliente per il ruolo svolto dagli indici di presunzione e informatività: il primo usato più dalla persone di più alto livello (il medico e lo psicoterapeuta), il secondo mostrato in modo più prevalente da chi, come il paziente e il cliente, deve parlare delle sue esperienze personali.

Non verrà qui approfondito ulteriormente il discorso sull’uso delle dimensioni di ruolo nelle interviste mediche (già descritto da Stiles e collaboratori in Stiles,1992).

Per quanto riguarda la psicoterapia, verranno mostrate le premesse di Stiles, derivate dall’applicazione del VRM a varie psicoterapie tra cui la psicanalisi, come punti di partenza per affrontare lo studio dei trascritti delle sedute di un caso clinico.

Il training nel VRM

Prima di passare alla valutazione e individuazione dei tipi di forme e intenti degli scambi verbali, è di fondamentale importanza, per il codificatore, aver fatto il training di formazione creato da Stiles e pubblicato, scritto in inglese, insieme al manuale del VRM nel 1992 (Stiles, 1992).

Il programma del training, un software chiamato “Verbal Response Metods Coding System”, è all’interno del CD che accompagna il libro: “Describing Talk: A Taxonomy of Verbal Response Modes” di William B. Stiles (Stiles, 1992), oppure è disponibile su Internet aprendo la pagina: www.users.muohio.edu/stileswb/verbal_response_modes.htm.

La suddivisione degli enunciati in unità

Prima di passare alla spiegazione delle modalità di divisione degli scambi verbali, è utile sapere che non è necessaria la trascrizione della conversazione per la sua codifica, infatti, lo scambio verbale può essere codificato anche direttamente ascoltandolo dal nastro registrato (Stiles, 1992). Per poter fare ciò, il codificatore deve imparare a suddividere direttamente le frasi che ascolta in unità e a codificarle, riportando solo il codice forma e intento dell’espressione e il soggetto al quale la verbalizzazione appartiene. È importante, per poter codificare direttamente dal nastro, avere acquisito una notevole esperienza con questo metodo, valutare attentamente il contesto di riferimento degli scambi verbali e fare attenzione a caratteristiche dei parlanti non rilevabili attraverso i trascritti verbali quali: il tono della voce, i rumori emessi. Questo metodo è molto più valido rispetto all’uso dei trascritti verbali proprio grazie a questi particolari che rendono la conversazione più ricca di particolari per la valutazione degli intenti dei parlanti (Stiles, 1992).

Quando si parla di scambi verbali tra due o più interlocutori, non si può evitare di considerare cosa avviene, a livello psicologico, nel momento in cui uno emette una frase e l’altro l’ascolta e risponde; quando due, o più, interlocutori si incontrano e iniziano a parlare i flussi di esperienza di ognuno di loro entrano in contatto (Stiles, 1992). Il flusso di esperienza di un interlocutore deve trovare un modo, convenzionalmente noto, per poter incontrare il flusso di esperienza degli altri; tale modo è l’atto del discorso (Stiles, 1992) il cui mezzo più efficace è la frase.

Ogni frase, concernente un unico flusso di esperienza, deve essere evidenziata rispetto alle altre; questo lavoro viene affidato alle capacità del codificatore di trovare i flussi di esperienza o, più semplicemente, all’ausilio della grammatica.

Le unità di codifica possono essere:

–                                 Semplici frasi : è importante la presenza del soggetto e del verbo principale. Ci possono essere anche altri elementi come il complemento oggetto eccetera (Stiles, 1992);

–                                 Frasi indipendenti: un’unica espressione può contenere due frasi considerate indipendenti se contengono due verbi principali e sono separate da una virgola, un punto e virgola o una congiunzione. Esse sono considerate come due unità di codifica e quindi codificate separatamente. Ad esempio :

“tu stai facendo la giusta cosa, e io ammiro te per questo” (Stiles,1992) sono due frasi separate e codificate indipendentemente l’una dall’altra.

Un’eccezione alla divisione delle frasi indipendenti si ha quando le frasi sono nelle forme causale e condizionale. Nel primo caso all’interno della frase è presente la parola “perché” la quale decide del senso dell’intera frase: “io mi sono fermato perché mi sono arrabbiato” (Stiles, 1992) la quale non è divisa in due ma è considerata un’unica unità di codifica e codificata una volta. Nel secondo caso la frase è supportata dalla parola “se” che denota la presenza di una condizione per il crearsi di qualcosa: “se corro più veloce arrivo prima”. Questa frase è unica e, quindi, codificata una volta sola (Stiles, 1992);

–         Frasi dipendenti non restrittive: l’espressione emessa dal parlante è formata da due frasi, apparentemente indipendenti, che in realtà sono legate dalle informazioni che una frase fornisce all’altra, per poterla comprendere: “io ho letto il libro che tu mi hai dato”  (Stiles, 1992), in questa espressione le frasi sono due, poiché ci sono due verbi ma, dato che la seconda frase specifica il contenuto della prima, l’espressione è unica ed è codificata una volta (Stiles, 1992).

All’interno di questa sezione sono presenti anche quelle espressioni che hanno come soggetti o come complementi oggetto delle semplici proposizioni, anche gli avverbi possono essere formati da proposizioni. Per tutte queste espressioni non è necessario separare le frasi e si codifica una volta sola (Stiles, 1992);

–                                 Predicati composti: le espressioni sono formate da due, o più, frasi che hanno un predicato verbale ciascuna. In questo caso l’espressione è divisa in tante frasi  quanti sono i verbi principali: “tu eri a casa e stavi sulla porta e urlavi” (Stiles, 1992) nell’esempio si hanno tre verbi principali cosicché l’espressione è divisa in tre frasi e codificata tre volte (Stiles, 1992);

–                                 Termini di riconoscimento: ogni volta che un soggetto dimostra  all’altro di aver ricevuto la sua comunicazione tramite verbalizzazioni come “si”, “va bene”, “no” l’espressione è codificata tante volte quanti sono i termini di riconoscimento pronunciati. Nella frase: “oh, si!” i termini di riconoscimento sono due e quindi richiedono due codifiche separate (Stiles, 1992);

–                                 Termini usati per salutare, indirizzare la comunicazione a qualcuno, valutare: le espressioni, formate da frasi che hanno al loro interno questi tipi di termini, sono divise in tante unità di codifica quanti sono i termini, di questo tipo, presenti. Esempi di espressioni sono: “buongiorno, signor Rossi” sono il primo un termine per salutare, il secondo un termine per indirizzare la comunicazione a qualcuno; i due termini hanno due codifiche separate. Termini di valutazione sono: giusto, molto bene eccetera usati per comunicare all’altro di avere espresso un giudizio su ciò che ha detto e codificati singolarmente (Stiles, 1992);

–                                 Frasi introdotte da “come”, “da quando”, “così”, “benché”. Le espressioni formate da frasi, tra le quali la prima inizia con una delle parole elencate sopra, come: “come tu sai, la riunione è alle due in punto”, “da quando l’hai rotto, tu devi pagare per esso” (Stiles, 1992) devono essere divise in tante unità di codifica quante sono le frasi contenenti i verbi principali (Stiles, 1992);

–                                 Dichiarazioni citate: ci sono espressioni che il parlante emette al solo scopo di citare frasi pronunciate da una persona esterna allo scambio verbale in corso. Queste dichiarazioni, usate per rendere partecipe l’altro di qualcosa che solo il parlante conosce, sono codificate insieme al resto della frase che serve a introdurle, ad esempio: “così Enrico disse:  se tu pensi che io abbia intenzione di portare tutto addosso, tu non hai altro a cui pensare” (Stiles, 1992), questa espressione è codificata, intera, una volta sola (Stiles, 1992);

–                                 Frasi incastrate: molte espressioni sono formate da frasi incastrate l’una con l’altra come ad esempio “lei, signore, potrebbe essere più attento?” (Stiles, 1992). In questo caso le frasi sono divise, guardando alla frase principale (lei potrebbe essere più attento) e al termine usato per comunicare a qualcuno qualcosa (signore), e codificate singolarmente (Stiles, 1992);

–                                 Termini aggiunti: sono usati per rinominare qualche elemento in una frase. Ad esempio: “io, l’imperatore, dichiaro ciò essere così”  (Stiles, 1992); nell’espressione il termine “l’imperatore” serve a enfatizzare l’importanza di chi parla e non è codificato separatamente dal resto della frase (Stiles, 1992);

–                                 Verbi all’infinito: se l’espressione contiene più verbi all’infinito, riferiti a un unico soggetto, non è necessario dividere le frasi e la codifica è unica per l’intera espressione. Un’espressione come: “io voglio vedere la televisione e riposare” è considerata un’unica unità di codifica (Stiles, 1992).

Se il parlante pronuncia delle frasi non complete grammaticalmente ci si trova di fronte a quelle che Stiles (Stiles,1992) chiama espressioni frammentarie, esse sono:

–                                 False partenze: sono espressioni in cui la parte non completa della frase è quella finale. La frase stessa risulta, apparentemente, non comprensibile ma può essere considerata un’unità di codifica se è presente il verbo principale: “mia moglie ed io abbiamo deciso…” (Stiles, 1992), nel caso in cui il verbo “deciso” fosse mancato la frase non avrebbe avuto senso e non sarebbe stata considerata codificabile (Stiles, 1992);

–                                 Discorso telegrafico: l’espressione è formata da una sola parola e mancano le parti principali della frase, come il soggetto e il verbo principale. In questo caso è utile prendere il senso dell’espressione dal contesto di riferimento e dalle frasi che seguono o precedono; un esempio potrebbe essere: la madre al bambino: “orso?” (Stiles, 1992) intendendo dire che quello è un orso. Gli esempi che possono essere fatti sono molti e per questi si rimanda al manuale del Verbal Response Modes di Stiles (Stiles, 1992);

–                                 Risposte telegrafiche: le risposte date a domande spesso risultano molto brevi e senza una forma grammaticalmente completa; in questo caso può venire meno il senso di ciò che il parlante vuole intendere. Nel caso ci si trovi di fronte a risposte di questo tipo il codificatore deve prendere  il senso di  queste dal contesto o dalle frasi usate, ad esempio, come domande (Stiles, 1992). Per fare un esempio: il soggetto A chiede: “è oggi il 24 del mese?” il soggetto B risponde: “forse, si.” (Stiles, 1992) intendendo che forse oggi è il 24 del mese;

–                                 Parallelismo nelle espressioni oltre le risposte: le espressioni sono formate da più parole (tra le quali ci possono essere anche verbo e soggetto) ma mancano le parti che rendono una frase grammaticalmente completa. Un esempio di queste espressioni sono le frasi convenzionali, come: “ latte e zucchero?” (Stiles, 1992) intendendo, con questa espressione, chiedere se il soggetto desidera latte e zucchero nel suo caffè; in questo caso il resto della domanda è ricavato dal contesto socialmente condiviso dello script “al bar” (Stiles, 1992);

–                                 Riempimenti: sono chiamati in inglese “fillers” (Stiles, 1992) ossia  frasi  rette da un verbo principale, quindi trattate come unità di codifica, che vanno a riempire dei vuoti all’interno dell’espressione. Sono frasi molto brevi come “io credo”, “come tu sai”, “io penso”, “lasciami dire”; per fare qualche esempio: “questo è, come tu sai, molto imbarazzante”, “ lasciamelo dire, è veramente terribile!”, “questo oggetto non è molto utile, io penso.” (Stiles, 1992);

–                                 Discorso non corretto grammaticalmente: molto spesso il discorso naturale, emesso dal parlante, è non completo dal punto di vista grammaticale, possono mancare parti importanti della frase, possono essere inseriti verbi al posto del verbo corretto per quella frase, il soggetto della frase può essere omesso, eccetera. In casi come questi il codificatore deve recuperare il senso del discorso dal contesto di riferimento e dalle frasi che seguono o precedono; egli può anche, in caso di ascolto del materiale, prendere l’intento delle espressioni dal tono della voce di chi parla (Stiles, 1992);

–                                 Espressioni non codificabili: molte espressioni sono formate da vocalizzi o rumori emessi dal parlante. Se ci sono ragioni per credere che queste espressioni possano avere dei significati all’interno del discorso, il codificatore potrà codificarle prendendo l’intento dal contesto di riferimento creato dall’interazione verbale, in caso contrario le espressioni saranno considerate non codificabili (Stiles, 1992).

Una volta suddivisi gli scambi verbali in unità di codifica, il codificatore potrà iniziare a codificarli. Dopo una breve presentazione del modo con cui presentare le espressioni, verrà descritta la procedura per preparare il materiale codificato all’elaborazione dei dati (Stiles, 1992).

La codifica degli scambi verbali

L’elaborazione dei dati serve al codificatore per confermare delle ipotesi già disponibili o per formularne altre e verificare la loro attinenza alla realtà. Nell’ambito dello studio del caso clinico con il Verbal Response Modes (Stiles, 1992), i dati da elaborare saranno i codici delle forme e degli intenti dei modi di risposta verbali rilevati all’interno dei trascritti verbali delle sedute del caso clinico stesso.

I codici ottenuti verranno sommati, nei modi che vedremo al momento dell’aggregazione dei codici, e i risultati saranno: le frequenze e le percentuali delle forme dei modi di risposta verbale per il terapeuta e per il paziente rispettivamente, le frequenze e le percentuali degli intenti dei modi di risposta verbale per il terapeuta e per il paziente, solo per elencare i più importanti.

In questo paragrafo verranno descritti i modi in cui, una volta evidenziate, dovranno  essere ordinate le unità di codifica, e le modalità di trascrizione dei codici. Si prenderanno in considerazione, qui, i soli scambi verbali presentati in forma scritta, in quanto il materiale del caso clinico usato come esempio di codifica è fornito in questa forma.

Per ordinare il materiale a disposizione è utile, come prima cosa, numerare le linee del trascritto (Stiles, 1992); se, ad esempio, un trascritto si sviluppa su duecento righe ogni riga avrà il suo numero da uno a duecento. Il passo successivo sarà suddividere le espressioni in unità di codifica  e posizionarle una sotto l’altra in ordine consecutivo, dalla prima all’ultima rilevata. Ogni unità di codifica riporterà il numero della riga che le è stato dato in precedenza; qualora sulla stessa riga si trovino due, o più, unità di codifica ogni unità riporterà il numero della riga di appartenenza più un numero (o una lettera), identificativo dell’unità stessa come condividente la riga con altre unità; ad esempio: se sulla riga 25 sono rilevate tre unità di codifica, il codificatore assegnerà il numero 25.1 alla prima, il numero 25.2 alla seconda e il numero 25.3 alla terza unità di codifica (Stiles, 1992).

Ogni unità di codifica riporterà, oltre al numero della riga, la lettera iniziale del nome (o la lettera iniziale del ruolo svolto all’interno della relazione, ad esempio: per il terapeuta la lettera T e per il paziente la lettera P) della persona che l’ha pronunciata; è possibile anche riportare l’iniziale della parola che identifica il genere della persona che sta parlando, sempre nel caso in cui a parlare siano un uomo e una donna.

Una volta assegnati all’unità di codifica il numero della riga e la lettera che serve a identificare la persona che parla, si passa alla sua codifica (Stiles, 1992). In questo momento il codificatore rileverà, e assegnerà il codice relativo, prima la forma della risposta verbale e poi l’intento (Stiles, 1992); nel far ciò utilizzerà le iniziali delle parole americane con le quali Stiles (Stiles, 1992) ha chiamato le categorie delle forme e degli intenti delle risposte verbali:

–                                 Forma e intento rivelazione sono chiamati, in inglese, disclosure e il codice identificativo è D;

–                                 Forma e intento edificazione sono chiamati, in inglese, edification e il codice identificativo è E;

–                                 Forma e intento consiglio sono chiamati, in inglese, advisement e il codice identificativo è A;

–                                 Forma e intento conferma sono chiamati, in inglese, confirmation e il codice identificativo è C;

–                                 Forma e intento domanda sono chiamati, in inglese, question e il codice identificativo è Q;

–                                 Forma e intento riconoscimento sono chiamati, in inglese, Acknowledgment e il codice identificativo è K;

–                                 Forma e intento interpretazione sono chiamati, in inglese, interpretation e il codice identificativo è I;

–                                 Forma e intento riflessione sono chiamati, in inglese, reflection e il codice identificativo è R.

Una volta svolte le operazioni di: numerazione delle righe, assegnazione all’unità di codifica del numero di riga e del codice identificativo della persona che sta parlando, rilevazione e assegnazione dei codici  della forma e dell’intento ai modi di risposta verbale, il materiale così ordinato è pronto per essere elaborato.

Codifica di un caso clinico

Breve riassunto del caso

La terapia psicodinamica presentata, come esempio di codifica degli scambi verbali tra terapeuta e paziente, è suddivisa in venti sedute tra le quali la prima è,  in realtà, il secondo incontro, a causa della mancanza dei trascritti della prima seduta.

Stato di malattia e cause. Il paziente soffre di una forma di depressione causata dal progredire della sua età e da alcuni cambiamenti all’interno della sua famiglia, infatti, sua figlia, a causa dell’iscrizione all’università in una città diversa, deve abbandonare la casa familiare settimanalmente per farvi ritorno durante il fine settimana, suo fratello ha dei problemi con lo stato di malattia, probabilmente grave, del figlio, i genitori sono morti da poco, la madre più di recente, e il paziente deve sgomberare la loro casa.

Il paziente prova uno stato di apatia continuo, che non gli permette di godere intensamente delle attività quotidiane e che è al centro della discussione della prima seduta. Egli non riesce a manifestare le sue emozioni in maniera naturale, poiché ha paura di essere considerato una persona debole (per dimostrare ciò fa riferimento a suo fratello considerandolo più debole perché si sta appoggiando a lui in questo momento di sofferenza per la malattia del figlio); non riesce, neppure, ad appoggiarsi agli altri per non appesantirli con i suoi problemi.

Anamnesi del paziente. Il paziente ha quarantotto anni, è sposato e ha due figlie con le quali ha un buon rapporto caratterizzato da una buona confidenza che si manifesta con atteggiamenti scherzosi. Ha un lavoro che gli piace e ha un buon rapporto con i colleghi. I suoi genitori, entrambe morti, sono ricordati in maniera positiva, soprattutto il padre che aveva un rapporto con il paziente che ricorda molto il rapporto intrattenuto dal paziente con le sue figlie; la madre è descritta come una persona molto ansiosa che trasmetteva i suoi stati d’animo, ansiosi appunto, al figlio e che hanno condizionato le reazioni del paziente all’angoscia. Egli, infatti, davanti alla sofferenza e agli stati di nervosismo delle persone con cui interagisce, prova un’angoscia che lo porta a tentare di reagire con una certa fretta, per tentare di eliminare al più presto il suo stato, la maggior parte delle volte rovinando l’interazione.

Durante le settimane dedicate alla terapia, il paziente è impegnato a sgomberare la casa dove ha vissuto la sua infanzia e dove ha abitato, sola, sua madre dopo la morte del padre; fare questo gli provoca dolore a causa dei continui ricordi che affiorano, soprattutto quando deve smontare un armadio, appartenuto a sua madre, si commuove pensando a come sua madre fosse affezionata a un armadio che avrebbe, d’ora in avanti, cambiato destinazione d’uso (sarebbe stato usato come deposito di attrezzi in un garage).

Il paziente ha un fratello, verso il quale è molto protettivo, e una sorella, della quale parla poco. È molto preoccupato per lo stato di sofferenza del fratello, dovuto alla malattia del figlio, per questo motivo, il paziente si mostra ancora più protettivo ma, nello stesso tempo, critica il fratello perché mostra la sua sofferenza.

Sogni. I sogni raccontati, durante la terapia sono quattro: il primo è ambientato nella casa dove ha vissuto la sua infanzia nella quale il paziente vede una rete che si avvolge lungo un bastone e, avvolgendosi, assorbe, facendole sparire, molte persone morte. Il sogno rappresenta la sensazione del paziente di non poter uscire dallo stato di malattia in cui si trova. Il secondo sogno mostra come il paziente non abbia strutturato abbastanza il rapporto con il padre, egli è l’orso che attacca lui, suo padre e suo fratello, mentre passeggiano, non facendoli passare, e simboleggia il conflitto tra amore e odio verso le persone che il paziente ancora prova. Il terzo e il quarto sogno si presentano quando il paziente comincia a sentirsi meglio, infatti, il primo è ambientato nella sua casa in campagna dove sente che le cose sono cambiate, il secondo mostra una scena in cui vede suo padre ammalato e lui che riesce a gestire la situazione non mostrando le reazioni solite. L’ultimo sogno è fatto in concomitanza con un episodio del giorno prima, quando, venendo a sapere che un suo collega ha avuto problemi a causa dello stato di salute di suo padre, si sorprende di essere riuscito a chiedere, al collega, come stava suo padre. Questo episodio è interessante perché dimostra come il paziente sia uscito dal suo stato di chiusura verso il mondo posto fuori dalla sua famiglia.

Trattamento. Il terapeuta ha sostenuto il desiderio, insito nel paziente già dalla prima seduta, di uscire da uno stato di apatia mai provato prima. Le sue interpretazioni vanno a dimostrare la difficoltà, provata dal paziente, nell’esprimere le emozioni e nell’affrontare le situazioni problematiche a causa dell’angoscia provata. Il lavoro di terapia si è concentrato sulla ricerca delle cause di queste difficoltà.

 Ipotesi di ricerca

Come già anticipato nel primo capitolo, il Verbal Response Modes è uno strumento di valutazione degli scambi verbali tra due o più interlocutori e, come tale può essere applicato a qualsiasi trascritto, o registrazione su nastro, in cui vi siano presenti delle frasi pronunciate da persone (Stiles, 1992). Questa caratteristica ha reso lo strumento adatto ad essere usato per fare ricerca in vari ambiti di studio di situazioni in cui due, o più interlocutori possano interagire verbalmente, come: la psicoterapia, le interviste in laboratorio, le interviste mediche e i discorsi pubblici (Stiles, 1992).

Le prime ricerche sono state condotte da Stiles e dai suoi collaboratori sui trascritti verbali e sulle registrazioni di sedute di psicoterapia psicodinamica, ambito nel quale Stiles ha creato il Verbal Response Modes, per poi passare alla valutazione di sedute di altri tipi di psicoterapia come quella centrata sul cliente e la terapia della Gestalt (Stiles, 1992). Per quanto riguarda le interviste mediche si può dire che hanno rappresentato l’ambito di studio che ha portato più risultati grazie alla moltitudine di studi svolti sia negli Stati Uniti, sia in Inghilterra, sia in Germania. Le interviste condotte nei laboratori di psicologia  hanno preso in considerazione vari tipi di interazione, come quella tra mariti e mogli nella ricerca condotta da Stiles con Brian Premo (1983), quella tra genitori e figli condotta da Stiles e White (1981), vari tipi di processi studiati dalla psicologia sociale come le dimensioni dello status studiate da Stiles e Cansler (1981), gli stili di relazione studiati da Fitzpatrick, Vance e Witteman (1984), le differenze di genere studiate da Stiles con McMullen (1987) e molti tipi di casi di persone con disordini psicologici come i bambini con problemi comportamentali studiati da Stiles e White nel 1983 (citato in Stiles, 1992). L’ultimo ambito di studio di interazioni verbali usato da Stiles per applicare il suo strumento è quello dei discorsi pubblici, il più importante dei quali è stato lo studio dei discorsi dei candidati alle elezioni presidenziali in USA condotto da Stiles nel 1983 con Au, Martello, Perlmutter (1983). Per gli altri studi condotti da Stiles e collaboratori si rimanda all’elenco presentato nel manuale del Verbal Response Modes (Stiles, 1992).

L’insieme di queste ricerche ha portato a risultati che verranno esposti in questo paragrafo e che serviranno come ipotesi di ricerca per affrontare lo studio della terapia esposta in questo stesso capitolo. A causa dell’importanza dei dati ottenuti dalle ricerche svolte nell’ambito delle psicoterapie (solo questo ambito verrà usato) e della loro costanza nel tempo e nelle ricerche, si è deciso di riportare, in questo paragrafo, l’intero elenco dei risultati, anche se solo una parte verrà usata per il confronto con i risultati della codifica dei trascritti delle sedute del caso clinico studiato.

Le forme e gli intenti dei modi di risposta verbale, che si ottengono dal processo di codifica delle espressioni presenti nei trascritti verbali e nelle registrazioni delle sedute, forniscono tre tipi di profili che possono essere usati per la valutazione, sia specifica che generale, delle psicoterapie. Il primo tipo di profilo riguarda i ruoli dei partecipanti all’interazione, dove per ruolo si intende una serie di caratteristiche, specifiche della persona, che vengono identificate sulla base dei tipi di risposte verbali pronunciate in maggior numero dalla persona stessa, nel caso in questione il terapeuta o il paziente (Stiles, 1992). I profili dei ruoli sono costanti nei vari contesti in cui il soggetto si viene a trovare e offrono una coerente descrizione del ruolo che include la relazione con il ruolo dell’interlocutore (Stiles, 1992).

Il secondo tipo di profilo riguarda le relazioni che si creano nei vari tipi di psicoterapie usate. Queste relazioni possono formare un profilo caratteristico che perdura per tutta la durata della terapia e che può essere valutato sulla base degli intenti delle risposte verbali più usati dai due interlocutori (Stiles, 1992).

È possibile ottenere un terzo tipo di profilo che dà una valutazione più generale del ruolo svolto dai partecipanti all’interno dell’interazione poiché è basato sul peso che i tre principi di classificazione hanno nel dirigere le risposte verbali del soggetto (Stiles, 1992). Il risultato che si ottiene dal calcolo delle dimensioni di ruolo mostra quanto il soggetto è più diretto, nell’esprimere le sue frasi, dalla sua cornice di riferimento o da quella dell’altra persona, è più orientato a esprimere la sua esperienza o quella dell’altro e così di seguito (vedi paragrafo sulle dimensioni di ruolo).

I risultati ottenuti da Stiles e collaboratori (Stiles, 1992) sono:

–                                 Profilo del ruolo del terapeuta: il ruolo svolto dal terapeuta all’interno della terapia è principalmente basato sul dover fornire risposte con l’intenzione di interpretare ciò che dice il paziente, di riflettere il pensiero del paziente stesso, di fare domande per avere maggiori informazioni, di dare consigli al paziente (Stiles, 1992); nel far ciò non usa una forma specifica che prevale sulle altre anche se preferisce usufruire di forme più soft per avvicinarsi al paziente (Stiles, 1992). All’interno di ogni psicoterapia ci possono essere  molte risposte verbali del terapeuta nella forma KK o riconoscimento, grazie alle quali egli riesce a sollecitare il paziente a esprimere il suo pensiero e la sua esperienza (Stiles, 1992); la forma che viene usata poco in psicoterapia, ma molto più nelle interviste mediche che richiedono maggiormente risposte precise e brevi per elencare, ad esempio, i sintomi del paziente (Stiles, 1992), è la forma IK che tronca la comunicazione del paziente, infatti,  il giudizio iniziale del terapeuta sotto forma di interpretazione (la forma I nel primo codice) dato alla risposta del paziente impedisce a quest’ultimo di continuare a parlare, anche se l’intenzione è riconoscere ciò che ha detto (l’intento K nel secondo codice) (Stiles, 1992);

–                                 Profilo del ruolo del paziente: il paziente che inizia una psicoterapia assume il ruolo della persona che parla principalmente di sé, dei suoi famigliari, del suo lavoro, del suo contesto di vita oggettivo e soggettivo, fornisce, cioè,  risposte nelle forme e intenti: DD, DE, ED, EE circa il 60% delle volte (Stiles, 1992). La forma che utilizza maggiormente è la forma K o riconoscimento per comunicare al terapeuta di aver riconosciuto, o di non avere accettato, ciò che egli ha detto (forma usata nel 10-15 % delle espressioni) mentre se la maggior parte delle sue risposte verbali hanno  come intenzione quella di rivelare informazioni su di sé, che solo lui conosce, la terapia avrà un esito positivo (Stiles, 1992);

–                                 Profilo delle relazioni nella psicoanalisi: la psicoanalisi è un tipo di psicoterapia che pone come obiettivo rendere conscio l’inconscio del paziente, come scrisse Freud “il paziente parla , racconta di esperienze passate  e di impressioni presenti, il medico ascolta”(Freud, 1915-17). Questa breve frase rende l’idea di come è impostata la relazione tra i due interlocutori: il paziente porta la sua esperienza, alla quale è data l’importanza maggiore, mentre il terapeuta non porta nulla di suo ma interpreta solamente. Per questo motivo le risposte verbali più usate dal terapeuta sono quelle che prendono in considerazione l’esperienza dell’altro e hanno l’intenzione di chiedere informazioni a questo, riconoscere ciò che dice, riflettere ciò che ha detto, interpretare (Stiles, 1992);

–                                 Profilo delle relazioni nella psicoterapia della  Gestalt: la terapia della Gestalt si  pone come obiettivo dare nuova forma all’esperienza del paziente, nel qui e ora delle sedute, che deve essere capita dal terapeuta seguendo il suo punto di vista (Stiles, 1992). Per questo motivo il terapeuta usa, prevalentemente, risposte verbali che hanno come intenzione rivelare qualcosa di sé (le sue conoscenze teoriche), fare domande al paziente, dare consigli su come comportarsi, interpretare i contenuti espressi dal paziente (Stiles, 1992);

–                                 Profilo delle relazioni nella terapia centrata sul cliente: a differenza  della terapia della Gestalt, il punto di vista principale considerato nella terapia client-centered di Rogers  è quello del paziente (Rogers, 1942). Il terapeuta si pone davanti al paziente in modo empatico, non porta in terapia alcuna linea di condotta ma dà ascolto solamente a ciò che il paziente ha da dire, a ciò che il paziente ha da esprimere (Rogers, 1942). Il profilo della relazione per questa terapia è caratterizzato da risposte verbali del terapeuta espresse con l’intenzione di riflettere i contenuti verbali del paziente, riconoscerli, e confermarli (Stiles,1992);

–                                 Profilo generale dei ruoli del terapeuta e del paziente: nelle pagine precedenti è stato mostrato il peso che i principi di classificazione potevano avere nell’orientare e condizionare le risposte dei due partecipanti all’interazione psicoterapeutica (Stiles, 1992). Nelle stesse pagine è stato spiegato come i tre principi di classificazione potessero formare sei dimensioni di ruolo e il modo per calcolarle; non verranno prese qui in considerazione tutte le sei dimensioni di ruolo ma solo tre di esse. Stiles ha notato come le risposte verbali prevalenti date dal terapeuta facevano tutte parte del principio di classificazione che descrive la fonte dell’esperienza dell’altro e, quindi, erano identificative della dimensione dell’attenzione (Stiles, 1992). Il paziente dava più risposte orientate dalla sua esperienza mostrando più informatività (Stiles, 1992). E stata, inoltre, riscontrata la forte presenza di una presunzione più accentuata da parte del terapeuta rispetto al paziente, molto probabilmente dovuta al maggiore status sociale ricoperto dal primo e alla quantità di informazioni detenute grazie alla preparazione teorica (Stiles, 1992). Nonostante ciò i due interlocutori sono in grado di controllare il loro grado di presunzione mantenendo un costante controllo della presunzione dell’altro, ad esempio se la presunzione del terapeuta aumenta il paziente riesce ad evitare l’uso eccessivo di espressioni, che denotano presunzione di conoscenza dell’altro, come consigli, interpretazioni, conferme e riflessioni.

Risultati

Aggregazione dei codici

La terapia psicodinamica presentata precedentemente, e terminata con la guarigione del paziente, è formata da venti sedute i cui colloqui sono stati registrati su nastro e trascritti sotto forma di dialogo tra i due soggetti: il terapeuta e il paziente; la qualità dei trascritti è da considerare buona tranne per il trascritto della seduta numero nove a cui manca la maggior parte della registrazione. Le frasi dei trascritti sono state suddivise in espressioni codificabili (Stiles, 1992) sulla base delle regole mostrate in precedenza.

Il lavoro di codifica, che ha fatto parte della fase successiva, ha richiesto parecchie ore a causa del numero elevato di espressioni rilevate in tutte le venti sedute; i codici sono stati inseriti direttamente all’interno dei trascritti e posizionati subito dopo la fine di ogni espressione codificabile.

Una volta terminata la codifica dei trascritti di tutte le venti sedute, si è creato un foglio formato da tabelle ognuna contrassegnata dal codice della forma e dal codice dell’intento per un totale di sessantacinque tabelle (il numero è formato da tutte le combinazioni possibili dei codici forma e intento più il codice non codificabile); sono stati creati venti fogli per il terapeuta e venti fogli per il paziente.

All’interno di ogni foglio sono stati inseriti i codici che sono stati trovati: ad esempio la seduta uno ha prodotto dei codici per le espressioni del paziente che sono stati inseriti nel foglio del paziente creato per la seduta uno, il codice di ogni espressione ha trovato la sua collocazione all’interno della rispettiva tabella; lo stesso procedimento è stato eseguito per la seduta uno del terapeuta e così via per tutte le altre sedute fino alla seduta venti sia per il terapeuta che per il paziente.

Dopo che i codici sono stati aggregati all’interno delle tabelle posizionate nei rispettivi fogli, si è passati al lavoro di conteggio di tutti i codici; gli abbinamenti possibili tra forma e intento (sessantacinque) non sono stati usati completamente infatti, il paziente ha usato solo trentanove abbinamenti contro i quarantasette abbinamenti del terapeuta; ciò è dovuto all’esclusione di modi di risposta verbale che non rientrano nel modo tipico di parlare dei soggetti, ad esempio: il paziente ha escluso la maggior parte delle forme e degli intenti consiglio e interpretazione e ha usato le altre forme in maggior numero, il terapeuta ha usato più abbinamenti ma in misura minore non escludendo alcuna forma e alcun intento ma usando poco la forma conferma.

Dopo una prima valutazione dei modi di risposta verbale usati da paziente e terapeuta, si è passati all’estrapolazione, da tutti gli abbinamenti, dei modi di risposta verbale nella forma e intento usati con più frequenza e a un loro ordinamento dalla frequenza maggiore alla frequenza minore. Per migliorare la comprensione e la visione dei dati aggregati si è deciso di riportare questi ultimi nella tabella 2.

La casella chiamata altro è composta da tutti quei modi di risposta verbale i cui abbinamenti di forma e intento non hanno raggiunto la soglia del due percento sul totale delle espressioni e quindi non hanno la rilevanza necessaria per essere considerate risposte verbali maggiormente usate.

Modi di risposta verbaleForma/Intento Frequenze delle espressioniTerapeuta Modi di risposta verbaleForma/Intento Frequenze delle espressioniPaziente
Edificazione/Interpretazione 1110 Rivelazione/Rivelazione 3006
Domanda/Domanda 427 Edificazione/Rivelazione 2123
Riconoscimento/Rivelazione 424 Riconoscimento/Conferma 1064
Edificazione/Edificazione 345 Edificazione/Edificazione 1003
Rivelazione/Rivelazione 306 Riconoscimento/Rivelazione 590
Riflessione/Riflessione 304 Rivelazione/Edificazione 240
Riconoscimento/Riconoscimento 257 Altro* 961
Edificazione/Rivelazione 196
Interpretazione/Interpretazione 194
Conferma/Consiglio 176
Riconoscimento/Conferma 173
Riconoscimento/Domanda 151
Altro* 1195
TOTALE 5258 TOTALE 8987

* Espressioni che non hanno raggiunto la soglia del 2% sul totale + espressioni non codificabili

Tabella 2 Aggregazione dei codici delle espressioni pronunciate da paziente e terapeuta durante tutta la terapia

 

Da una prima valutazione è possibile rilevare ciò che è stato detto prima riguardo all’uso di più tipi di risposta verbale da parte del terapeuta rispetto al paziente, infatti per il terapeuta si può vedere che solo la risposta verbale nella forma edificazione e nell’intento interpretazione ha una frequenza molto alta, le altre risposte verbali hanno frequenze più simili; per il paziente , invece, le frequenze sono più alte per le prime quattro modalità e più basse per tutte le altre. Se si valutano i dati nell’insieme e quindi non guardando agli intenti e alle forme presi singolarmente (la cui valutazione sarà fatta successivamente), si può dire che il terapeuta nel dialogare con il paziente usa molti più tipi di risposta verbale, quindi molte più forme e intenti, e molte meno espressioni rispetto al paziente, il quale usa pochi tipi di risposta verbale, con meno forme e meno intenti, e molte più espressioni.

I codici mostrati nella tabella 2 sono passibili di una valutazione più specifica, che sarà riportata nel paragrafo successivo dedicato ai risultati, che seguirà tre tappe:

  1. Valutazione dei codici delle espressioni nei modi forma e intento presi insieme;
  2. Valutazione di tutti gli intenti, aggregati attraverso le forme, e di tutte le forme, aggregate attraverso gli intenti;
  3. Aggregazione degli intenti per formare gli intenti delle dimensioni di ruolo, aggregazione delle forme per creare le forme delle dimensioni di ruolo. Il passo successivo è il calcolo delle dimensioni di ruolo medie tra intenti e forme.

Risultati

I codici aggregati hanno permesso di ottenere alcuni risultati che confermano, in parte, le ipotesi che sono state prodotte dal lavoro di ricerca di Stiles e dei suoi collaboratori dalla creazione del Verbal Response Modes (Stiles, 1992) ad oggi, ipotesi che sono state riportate precedentemente.

Come abbiamo visto, le ipotesi sono divisibili in alcuni punti che rappresentano gli ambiti di ricerca, sulla psicoterapia, che possono essere valutati tramite il Verbal Response Modes (Stiles, 1992); tali ambiti verranno visionati in questa parte, dedicata ai risultati della ricerca sulla terapia considerata come campione, nello stesso ordine con il quale sono stati mostrati nelle ipotesi di ricerca.

Profili dei ruoli di terapeuta e paziente valutati tramite i codici di forma e intento presi insieme. Per migliorare la comprensione, i risultati saranno mostrati nella tabella 3

Modi di risposta verbaleForma/Intento Percentuali delle espressioniTerapeuta Modi di risposta verbaleForma/Intento Percentuali delle espressioniPaziente
Edificazione/Interpretazione 21 Rivelazione/Rivelazione 33
Domanda/Domanda 8 Edificazione/Rivelazione 24
Riconoscimento/Rivelazione 8 Edificazione/Edificazione 14
Edificazione/Edificazione 7 Riconoscimento/Conferma 12
Rivelazione/Rivelazione 6 Riconoscimento/Rivelazione 7
Riflessione/Riflessione 6 Rivelazione/Edificazione 3
Riconoscimento/Riconoscimento 5 Altro* 7
Edificazione/Rivelazione 4
Interpretazione/Interpretazione 4
Conferma/Consiglio 3
Riconoscimento/Conferma 3
Riconoscimento/Domanda 3
Altro* 22
TOTALE 100 TOTALE 100

* Espressioni che non hanno raggiunto la soglia del 2% sul totale + espressioni non codificabili

Tabella 3 Modi di risposta verbale più usati da paziente e terapeuta durante tutta la terapia

La tabella 3 riporta le percentuali dei modi di risposta verbale con la loro forma, il cui codice è posto in prima posizione, e il loro intento, posto in seconda posizione.

Da una prima valutazione è possibile vedere come il terapeuta pronunci, con una percentuale del 21%, quindi molto alta rispetto a tutti gli altri modi di risposta verbale, molte espressioni nella forma edificazione e con l’intento interpretazione; tali tipi di espressioni sono usate, normalmente in una terapia, dal terapeuta che vuole interpretare ciò che il paziente ha appena detto e, per farlo, si basa sul proprio punto di vista, sulle proprie conoscenze, prende in considerazione l’esperienza dell’altra persona presumendo di conoscerla  e le fornisce le interpretazioni sotto forma di spiegazione teorica; tale risultato fornisce una prima conferma all’ipotesi mostrata precedentemente.

Gli altri modi di risposta verbale trovati si posizionano intorno a percentuali quasi tutte simili, denotando una tendenza del terapeuta a usare molti tipi di modi di risposta verbale. Le due espressioni con le percentuali più alte, tra queste espressioni con percentuali simili, sono quelle nel modo puro domanda e nel modo misto riconoscimento/rivelazione; il primo modo di risposta verbale è tipico del terapeuta che ha l’intenzione di domandare qualcosa al paziente (e lo fa con l’8% delle espressioni che pronuncia) e, per farlo, pronuncia frasi sotto forma di domanda, ciò denota una reale intenzione di avere informazioni dal paziente. Il secondo modo di risposta verbale è indicativo di un terapeuta che riconosce formalmente ciò che il paziente gli dice, dimostra di essere d’accordo con lui, ma la sua vera intenzione è dargli informazioni sulle sue esperienze di vita, sul suo proprio modo di vedere le cose, quasi come un volergli dare un termine di paragone, un soggetto con cui confrontarsi che  lo possa far riflettere sul suo modo di vedere le cose: le rivelazioni del terapeuta sono molto presenti verso la fine della terapia quando il terapeuta, discutendo di un film con il paziente, gli mostra parecchie volte il suo punto di vista sulla storia raccontata, mettendo a confronto il suo modo di vedere le cose con quello del paziente; anche in un’altra parte della fine della terapia i due soggetti, parlando dell’hobby del paziente di giocare al computer, si mettono a confronto raccontando esperienze personali con questi giochi, soprattutto il terapeuta spiega al paziente cosa questo hobby ha significato per lui ponendosi come termine di paragone.

Le espressioni che seguono sono: quattro modi di risposta verbale puri, il primo nella forma e intento edificazione (con una percentuale del 7%) che indica il voler parlare di argomenti socialmente conosciuti, nella maggior parte delle volte usati come esempi, il secondo nella forma e intento rivelazione che denota il voler parlare di sé del terapeuta, per porsi come esempio o come termine di confronto, ed è usato il 6% delle volte durante la terapia; seguono i modi di risposta verbale nella forma riflessione e intento riflessione (il 6% delle volte), che rappresentano il voler dare giudizi, da parte del terapeuta, sul contenuto di ciò che il paziente dice o il volerlo ripetere  per approfondirlo, e nella forma e intento riconoscimento che dimostrano come il terapeuta dimostri di accogliere o di non accettare  le risposte del paziente poche volte durante la terapia ponendosi, in questo modo, in modo neutrale di fronte alle sue dichiarazioni  (la risposta verbale con i modi puri riconoscimento è presentata nelle ipotesi di ricerca come una forma prevalente di risposta del  terapeuta usata per agevolare la comunicazione del paziente che, in questa terapia, è presente nel 5% delle espressioni).

Gli altri modi di risposta verbale hanno percentuali molto basse che denotano come il terapeuta: abbia poca intenzione di parlare di sé per mezzo di argomenti socialmente condivisi (molto probabilmente preferisce farlo parlando direttamente di sé in prima persona), interpreti molto poco usando il paziente come soggetto (come abbiamo visto preferisce interpretare usando concetti teorici), dia pochi consigli al paziente mostrando che è lui a darglieli (non pone sé stesso all’interno del consigli), confermi poco le dichiarazioni del paziente dimostrando, come si è visto prima, neutralità, e, infine, abbia poca intenzione di fare domande al paziente mostrandogli di essere d’accordo o in disaccordo con lui.

Per quanto riguarda il paziente, i modi di risposta verbale più usati sono meno del terapeuta e hanno percentuali molto alte di presenza all’interno della terapia.

La risposta verbale più usata, come era stato ipotizzato (si vedrà meglio nella parte dedicata all’aggregazione dei codici sotto forma di intenti e forme prevalenti), è pronunciata con l’intenzione di rivelare tutto ciò che riguarda sé ponendo sé stesso come soggetto nelle frasi pronunciate; il paziente dimostra così il suo desiderio di voler raccontare i suoi sentimenti, le sue previsioni per il futuro, le sue cognizioni, le sue esperienze personali nel 33% delle espressioni che pronuncia, a differenza del 6% delle espressioni usate dal terapeuta.

In una percentuale molto simile di espressioni, 24%, il paziente dimostra ancora la sua intenzione di voler parlare di sé, ma questa volta, in una forma socialmente condivisa che permette al terapeuta di capire meglio ciò che il paziente gli sta comunicando (anche questo risultato conferma le ipotesi), come quando per parlare della sua giornata, fa riferimento a fatti esterni alla seduta visibili da chiunque.

Due percentuali molto simili, rispettivamente il 14% e il 12%, sono state ottenute per la risposta verbale nel modo puro edificazione (altro risultato che conferma le ipotesi) e per l’espressione verbale con forma riconoscimento e intento conferma; il primo modo di risposta verbale indica quanto il paziente fornisca racconti sulle esperienze dei suoi famigliari, una delle sue figlie e sua moglie in particolare, per dimostrare il peso che esse hanno avuto sulla sua malattia, e continuino ad averlo. Il secondo modo di risposta verbale quantifica le volte che il paziente ha confermato le dichiarazioni del terapeuta (la maggior parte delle volte mostrando accordo)  riconoscendole.

Per il modo di risposta verbale nella forma riconoscimento e nell’intento rivelazione è risultata una percentuale molto simile a quella risultata per il terapeuta, il 7% per il paziente contro l’8% per il terapeuta; ciò dimostra quanto entrambe gli interlocutori abbiano l’intenzione di parlare di sé (il terapeuta, probabilmente, lo fa per porsi come termine di paragone e per fare da esempio al paziente, come dimostrato dal numero inferiore di risposte verbali nel modo puro rivelazione date dal terapeuta, il 6% delle volte, rispetto al paziente, il 33% delle volte) ma si limitino ad accettare ciò che l’altro dice.

Una piccola percentuale, il 3%, è dedicata a quelle espressioni pronunciate in prima persona, il cui intento sottostante è parlare di argomenti socialmente condivisi; queste espressioni sono presenti, seppur con una piccola percentuale, solo tra i modi di risposta verbale del paziente (per il terapeuta la percentuale è molto bassa, solo lo 0,3%) e denotano la presenza di un desiderio del paziente di evitare argomenti che non lo riguardano direttamente.

Profili dei ruoli di terapeuta e paziente valutati tramite i codici di tutti gli intenti, aggregati attraverso le forme, e di tutte le forme, aggregate attraverso gli intenti. Prima di mostrare i risultati , è utile dire che le ipotesi di ricerca sviluppate precedentemente, riguardanti i profili dei ruoli del terapeuta e del paziente, possono essere confrontate con i risultati ricavati dall’aggregazione di tutti i codici delle forme e dall’aggregazione di tutti i codici degli intenti; ciò permette al codificatore di capire, in un modo più semplice e più accurato rispetto al guardare le risposte attraverso i singoli modi pronunciati, quali sono le intenzioni prevalenti nei modi di risposta verbale di terapeuta e paziente e le forme date, con più enfasi, alle espressioni pronunciate.

Le tabelle 4 e 5 aiuteranno a semplificare il lavoro di esposizione dei risultati.

Forme delle risposte verbali Percentuali Intenti delle risposte verbali Percentuali
Edificazione 36 Rivelazione 17
Riconoscimento 19 Riflessione 13
Domanda 13 Domanda 11
Conferma 9 Edificazione 8
Rivelazione 9 Consiglio 7
Riflessione 6 Riconoscimento 5
Interpretazione 4 Conferma 4
Consiglio 2 Interpretazione 3
Non codificabile 2 Non codificabile 2
TOTALE 100 TOTALE 100

Tabella 4 Totale delle forme e degli intenti dei modi di risposta verbale per il terapeuta

 

 

La tabella 4 mostra gli intenti e le forme usati con più frequenza dal terapeuta. La terapia, usata come esempio di codifica delle risposte verbali, non fornisce dati completamente in linea con le ipotesi fornite da Stiles e dai suoi collaboratori (Stiles, 1992) riguardanti il profilo di ruolo del terapeuta e mostrate precedentemente: dalla tabella si vede, infatti, come gli intenti maggiormente usati dal terapeuta non prevedono la rivelazione come intento prevalente. Da ciò si deduce che in questa terapia il terapeuta ha parlato troppo spesso di sé dal suo punto di vista mostrando di non presumere di conoscere il paziente; molto probabilmente lo ha fatto per dare al paziente un termine di paragone con cui confrontarsi, ma, questo stato di cose ha portato all’esclusione dell’interpretazione come intento più usato (presente solo nel 3% delle espressioni) che non trova conferma nei dati mostrati da Stiles (Stiles, 1992).

Secondo le ipotesi di Stiles (Stiles, 1992) gli altri tre intenti prevalenti in una terapia psicodinamica devono essere la riflessione, la domanda e il consiglio; come si può vedere dalle percentuali degli intenti, l’intenzione di riflettere su ciò che dice il paziente è presente nel 13% delle espressioni seguita dall’intento domanda, con l’11% di presenza nelle frasi usate, e dal consiglio con un 7% di presenza nelle risposte.

Nonostante questa convergenza dei risultati e delle ipotesi, non si può non notare una presenza di intenzioni di parlare di argomenti socialmente conosciuti ferma all’8% , che indica quanto il terapeuta tenda a dare spiegazioni al paziente rifacendosi alla teoria psicoanalitica.

La percentuale del 5% per l’intento riconoscimento e del 4% per l’intento consiglio dimostra quanto poco il terapeuta sia orientato a passare molto tempo, durante la terapia, a riconoscere ciò che il paziente gli dice e a darvi conferma, molto probabilmente a causa del suo atteggiamento neutrale verso il paziente che è in linea con il profilo del terapeuta che conduce una terapia psicodinamica.

La bassa percentuale di espressioni pronunciate con l’intenzione di interpretare non si spiega.

Per quanto riguarda le forme, il terapeuta preferisce usare  molto di più frasi (il 36% delle volte) che si riferiscono ad argomenti condivisi socialmente, come ad esempio concetti teorici, esempi tratti da situazioni di vita condivisi,  per l’utilità che hanno nel far capire al paziente la sua condizione di malattia (alla fine della terapia il terapeuta spiega al paziente come si possa ricominciare a vivere dopo un periodo di sofferenza, e lo fa riferendosi al vissuto del  protagonista del film“L’Ultimo Samurai”).

Una percentuale molto alta di espressioni (19%) usa la forma del riconoscimento con la quale, come le ipotesi mostrano, il terapeuta si avvicina alla affermazioni del paziente dimostrandogli di condividerle, e , nel far questo, agevola la comunicazione di quest’ultimo. Nella parte precedente, dedicata ai profili dei ruoli di paziente e terapeuta dimostrati attraverso i codici forma e intento presi insieme, la risposta verbale con i modi puri riconoscimento mostrava una percentuale molto bassa (il 5%) di espressioni con forma e intento riconoscimento, quasi irrilevante per i nostri scopi; l’aggregazione dei codici di tutte le forme attraverso gli intenti ha permesso di  rilevare una presenza molto alta di espressioni pronunciate con la forma riconoscimento, in linea con le ipotesi fornite.

Un dato importante, che non è neppure presente nelle ipotesi, è l’alta percentuale di espressioni pronunciate sotto forma di domanda, il 13%, che indicano quanto il terapeuta tenda a ricercare informazioni dal paziente ponendogli domande dirette.

Le percentuali restanti sono da considerare non influenti.

La tabella 5 mostra gli intenti e le forme dei modi di risposta verbale più usati dal paziente.

Forme delle risposte verbali Percentuali Intenti delle risposte verbali Percentuali
Rivelazione 36 Rivelazione 65
Edificazione 36 Edificazione 14
Riconoscimento 19 Conferma 13
Non codificabile 4 Non codificabile 4
Conferma 2 Riflessione 1,8
Domanda 1,7 Domanda 1
Riflessione 1 Riconoscimento 0,7
Consiglio 0,2 Interpretazione 0,3
Interpretazione 0,1 Consiglio 0,2
TOTALE 100 TOTALE 100

 

Tabella 5  Totale delle forme e degli intenti dei modi di risposta verbale per il paziente

Le ipotesi che riguardano gli intenti del paziente pongono la rivelazione al primo posto tra tutti gli altri intenti usati; come si può vedere dalla tabella 5 i risultati confermano l’ipotesi, infatti, l’intento rivelazione ha una percentuale di presenza all’interno delle espressioni del 17% a causa dell’importanza data dal paziente al fatto di parlare di sé.

La percentuale precedentemente vista, che si riferisce alla presenza dell’intento rivelazione nelle espressioni pronunciate dal paziente, può essere usata per confermare un’altra ipotesi, quella riguardante l’associazione tra l’esito positivo della terapia e la percentuale alta di risposte con l’intento rivelazione. La terapia è terminata con la completa guarigione del paziente; questa informazione, unita all’alta percentuale di risposte con intento rivelazione, fornita dalla tabella 5, conferma l’ipotesi.

Per una disamina delle percentuali degli altri intenti sarebbe utile fare altre ricerche poiché i risultati proposti da Stiles e dai suoi collaboratori (Stiles, 1992) non ne danno alcun cenno.

Per quanto riguarda la forma più usata da paziente nel dare le risposte al terapeuta, si può notare dalla tabella come le forme più utilizzate siano la rivelazione, ossia il paziente comunica ponendo sé stesso come soggetto delle sue frasi, e l’edificazione; in quest’ultimo caso si può dire che il paziente usi molte espressioni per raccontare direttamente storie della sua famiglia d’origine e della sua famiglia attuale, nel far ciò usa frasi con persone a lui familiari come soggetti, tranne nelle ultime sedute in cui i suoi soggetti sono, prevalentemente, i suoi hobby e i film che ha visto negli ultimi tempi.

Nonostante i risultati non confermino alcuna ipotesi ma possono essere usati come ipotesi per successive ricerche, un’ipotesi può trovare conferma qui, ossia, l’ipotesi che si riferisce alla presenza, all’interno della terapia, di una percentuale posta tra il 10% e il 15% di risposte verbali date nella forma riconoscimento. Come si può vedere nella tabella 5, la forma riconoscimento ha una percentuale del 19% che indica il peso che può avere nell’orientare il modo di esprimersi del paziente.

Profili delle relazioni nelle varie psicoterapie. Questa parte delle ipotesi non può essere confrontata con i risultati a causa della mancanza di un confronto con terapie condotte con altri metodi psicoterapeutici.

L’unico dato che può essere confermato è quello riguardante i profili delle relazioni all’interno della psicoterapia psicodinamica. Secondo le ipotesi riportate precedentemente il terapeuta di indirizzo psicodinamico usa, con più frequenza, risposte che prendono in considerazione l’esperienza dell’altro: l’intento domanda, l’intento riconoscimento, l’intento riflessione, l’intento interpretazione.

I dati ottenuti dalla ricerca riportano alte percentuali solo per i primi tre intenti: per l’intento domanda l’11%, per l’intento riconoscimento il 5%, per l’intento riflessione il 13% e per l’intento interpretazione il 3%. Ciò mostra come l’ipotesi non sia completamente confermata a causa della percentuale bassa dell’intento interpretazione che è parsa anomala già in precedenza.

Le ipotesi non riportano altri dati, ma l’alta percentuale di espressioni con l’intento rivelazione permette di creare una nuova ipotesi da confermare in ricerche successive.

Profili generali dei ruoli del terapeuta e del paziente valutati attraverso le dimensioni di ruolo. Come già anticipato nelle ipotesi di ricerca, per capire meglio il modo in cui si configura il profilo generale dei ruoli del terapeuta e del paziente è necessario compiere un’ulteriore operazione sui dati ottenuti dalla codifica dei trascritti verbali. Dall’operazione in questione si ottengono degli indici, chiamati dimensioni di ruolo, che permettono a un osservatore esterno di capire la relazione interna alla terapia (Stiles, 1992) da un punto di vista più generale, rispetto a ciò che si può capire valutando i singoli codici di ogni espressione pronunciata.

Le dimensioni di ruolo (per una disamina completa vedi la tabella 1) corrispondono alla proporzione dei valori, per il locutore e per l’altro rispettivamente, della risorsa dell’esperienza, della presunzione di conoscenza dell’esperienza dell’altro, della cornice di riferimento (Stiles, 1992), e sono:

–                                 L’informatività e l’attenzione comprendono tutti gli intenti e tutte le forme dei modi di risposta verbale che sono valutati attraverso il principio di classificazione della risorsa dell’esperienza. L’informatività è valutata tramite la risorsa dell’esperienza del locutore e comprende gli intenti e le forme rivelazione, edificazione, consiglio e conferma, l’attenzione riguarda gli intenti e le forme (domanda, riconoscimento, interpretazione e riflessione) valutati attraverso la risorsa dell’esperienza dell’altro;

–                                 La modestia e la presunzione sono dimensioni di ruolo derivanti dal principio di classificazione della presunzione di conoscenza dell’esperienza dell’altro. Se chi sta parlando non presume di conoscere l’esperienza dell’altro userà maggiormente intenti e forme come  la rivelazione, l’edificazione, la domanda, il riconoscimento, se invece presume di conoscerla adotterà prevalentemente gli intenti e le forme consiglio, conferme, interpretazione e riflessione;

–                                 La direttività e la non direttività sono determinate dal punto di vista considerato da chi sta parlando; se il locutore risponde all’altro usando la sua cornice di riferimento avrà come intenti e forme prevalenti la rivelazione, il consiglio, la domanda e l’interpretazione, al contrario, se comunicherà adottando il punto di vista dell’altro userà maggiormente intenti e forme come l’edificazione, la conferma, il riconoscimento e la riflessione.

Le dimensioni di ruolo possono essere calcolate per tutte le forme, per tutti gli intenti e come media tra forme e intenti.

I calcoli per le dimensioni di ruolo delle forme sono:

–                                 Per l’informatività si sommano tutte le forme rivelazione, edificazione, consiglio e conferma, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili),

–                                 Per l’attenzione si sommano tutte le forme domanda, riconoscimento, interpretazione e riflessione, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili);

–                                 Per la modestia si sommano tutte le forme rivelazione, edificazione, domanda e riconoscimento, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili);

–                                 Per la presunzione si sommano tutte le forme consiglio, conferma, interpretazione e riflessione, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili);

–                                 Per la direttività si sommano tutte le forme rivelazione, consiglio, domanda, interpretazione, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili);

–                                 Per la non direttività si sommano tutte le forme edificazione,conferma, riconoscimento e riflessione, aggregate attraverso gli intenti, e si dividono per il totale delle espressioni (dal totale delle espressioni si sottraggono le espressioni non codificabili).

Per quanto riguarda le dimensioni di ruolo degli intenti i calcoli sono uguali a quelli per le dimensioni di ruolo delle forme sommando gli intenti al posto delle forme. Le dimensioni di ruolo medie tra forme e intenti sono calcolate sommando la dimensione di ruolo della forma con la dimensione di ruolo dell’intento e dividendo per due.

La tabella 6 riporta i risultati dei calcoli delle dimensioni di ruolo medie tra forma e intento di paziente e terapeuta, rispettivamente.

 

                                                              

Tipo di Dimensione di Ruolo  D.d.R.Media tra Forma e Intento   Tipo di Dimensione di Ruolo  D.d.R.Media tra Forma e Intento
Informatività 0,87 Informatività 0,47
Attenzione 0,13 Attenzione 0,53
Modestia 0,91 Modestia 0,60
Presunzione 0,09 Presunzione 0,40
Direttività 0,55 Direttività 0,48
Non direttività 0,45 Non direttività 0,52

PAZIENTE                                                                                     TERAPEUTA

 Tabella 6 Dimensioni di ruolo medie tra forma e intento per paziente e terapeuta

 

La decisione di usare solo le dimensioni di ruolo medie tra forma e intento è scaturita dal presupposto che per avere una visione generale, la caratteristica della generalità trova la sua ragion d’essere dal fatto di poter essere vista da un osservatore esterno (Stiles, 1992), della direzione presa dalle risposte verbali di terapeuta e paziente queste risposte devono essere valutate nella loro interezza, lasciando alla visione degli intenti e delle forme, presi singolarmente, il compito di stabilire il profilo più specifico dei ruoli dei due interlocutori.

Come si può vedere dalla tabella, il paziente ha un indice di informatività molto alto (0.87) che indica quanto la sua esperienza personale orienti e diriga le sue risposte. Questo risultato conferma l’ipotesi sostenuta in precedenza.

Per quanto riguarda il terapeuta l’ipotesi stabilisce che la dimensione di ruolo prevalente per le sue risposte è l’attenzione, infatti, l’indice di attenzione riportato nei risultati è molto alto, rispetto agli altri indici; con un indice di attenzione dello 0,53 si può dire che il terapeuta è orientato, nel tipo di risposta scelto, dall’esperienza del paziente.

Un risultato scaturito da questa ricerca è la presenza di indici molto alti di modestia sia per il paziente che per il terapeuta; nonostante non vengano citati nelle ipotesi di ricerca si può sostenere che il loro peso sia giustificato e trovi una collocazione importante tra le ipotesi che potranno essere usate per orientare le ricerche successive; la modestia è la dimensione di ruolo che unisce tutte le espressioni con forme e intenti che mostrano una conoscenza solo di sé stessi; come si può intuire il terapeuta e il paziente non si conoscono quando iniziano una terapia quindi le loro risposte non possono non mostrare questa mancanza di presunzione.

Altre due conferme possono essere date alle due ipotesi che riguardano la dimensione della presunzione; la tabella riporta due indici di presunzione molto diversi tra loro, per il paziente 0,09 e per il terapeuta 0,40. Tale dislivello può essere giustificato dall’ipotesi che il terapeuta ha un indice di presunzione più elevato rispetto al paziente, secondo Stiles, a causa del suo status considerato più alto socialmente (Stiles, 1992) e dall’ipotesi che i due interlocutori sono in grado di controllare il loro livello di presunzione sulla base di quello mostrato dall’altro. In questa terapia è evidente come sia toccato al paziente il compito di abbassare il suo livello di presunzione a causa del crescere del livello di presunzione del terapeuta; secondo Stiles non può accadere il contrario poiché è quasi sempre il terapeuta a mostrare più presunzione per i motivi visti precedentemente (Stiles, 1992).

Nel prossimo paragrafo verrà mostrato un ulteriore risultato che non è stato riportato in questo paragrafo a causa della mancanza di un’ipotesi che lo sostenga; la sua importanza è tale da poter essere usato come ipotesi per ulteriori ricerche condotte con il Verbal Response Modes.

Conclusioni e commenti

Prima di concludere il lavoro è bene accennare a dei risultati molto importanti per le future applicazioni del Verbal Response Modes ai trascritti delle psicoterapie.

La maggior parte delle ricerche condotte con il Verbal Response Modes sono state fatte su trascritti di psicoterapie e su colloqui di tipo medico tra paziente e medico; solo questi ultimi hanno portato dei risultati interessanti che riguardano principalmente l’andamento degli scambi verbali durante tutto il corso del colloquio (Stiles, 1992). Si è visto, infatti, come cambiavano i profili di ruolo di medico e paziente durante le tre fasi in cui è stato suddiviso il colloquio:

–                                 la prima fase è dedicata al racconto del problema da parte del paziente che usa più espressioni con forma e intento rivelazione e edificazione e risposte chiuse con forma riconoscimento e intento rivelazione e edificazione, mentre il medico usa più domande e riconoscimenti;

–                                 la fase successiva è dedicata all’esame dei sintomi e vede il medico più impegnato a dare consigli e il paziente a continuare a rivelare informazioni;

–                                 l’ultima fase è quella conclusiva del colloquio con il paziente che fa più domande (probabilmente per capire meglio il suo problema e le informazioni date dal medico) e il medico che fornisce più informazioni sotto forma di edificazione, quindi di spiegazioni teoriche (Stiles, 1992).

Per quanto riguarda le sedute psicoterapeutiche non esistono dati così diffusi, come per i colloqui medici, ma non è stato trovato alcun impedimento, all’interno del manuale (Stiles, 1992), a usare i dati, ottenuti dalla ricerca svolta in questo articolo, per studiare l’andamento degli intenti di terapeuta e paziente durante le venti sedute della terapia. Si sarebbe potuto fare lo stesso lavoro anche per le forme dei modi di risposta verbale ma si è ritenuto più interessante vedere l’andamento delle intenzioni di paziente e terapeuta, rimandando ad altre ricerche lo studio delle forme.

La figura 1 riporta le frequenze, in tutte le venti sedute, degli intenti più usati dal paziente e dal terapeuta . Il grafico è formato da due linee, gli andamenti appunto, che sono state disegnate sulla stessa area per migliorare la visione, e quindi la comprensione, di come variano i due intenti insieme.

Figura 1 Andamento congiunto dei modi di risposta verbale prevalenti per il paziente e per il terapeuta durante le venti sedute di terapia

 

Da una visione d’insieme della figura, è possibile vedere come l’andamento delle intenzioni del terapeuta sia più costante di quello del paziente, con due picchi di interpretazione nelle sedute dieci e quattordici, e come le espressioni pronunciate dal paziente siano maggiori rispetto a quelle pronunciate dal terapeuta. Il paziente ha un picco di rivelazioni della sua esperienza personale alla prima seduta, seguito da due picchi di rivelazioni nelle seduta otto e nell’ultima.

Se si guarda il grafico più in dettaglio, è possibile notare come nelle prime sedute il terapeuta intervenga poco con le interpretazioni, lasciando più parlare il paziente delle sue sensazioni (le prime rivelazioni del paziente riguardano la sua incapacità nel manifestare le emozioni), probabilmente perché all’inizio di una terapia il terapeuta è più orientato ad accumulare informazioni personali del paziente.

Dalla quinta alla settima seduta le interpretazioni del terapeuta vanno di pari passo con le rivelazioni del paziente; questo può significare che le rivelazioni del paziente trovano quasi tutte un’interpretazione.

L’ottava seduta vede il secondo picco di risposte del paziente date con l’intenzione di rivelare al terapeuta fatti importanti della sua vita che lo hanno coinvolto emotivamente,infatti, in questa seduta il paziente racconta al terapeuta come sia stato faticoso, sentimentalmente parlando, andare a sgomberare la casa della madre morta. Anche in questa seduta il terapeuta si limita ad ascoltare e interpreta poco.

La nona seduta è caratterizzata da poche rivelazioni e poche interpretazioni, probabilmente a causa della mancanza di un’ampia parte di  registrazione della seduta.

La decima seduta vede il terapeuta aumentare, notevolmente, il numero di interpretazioni a differenza di un incremento minore nel numero di rivelazioni del paziente, infatti, in questa seduta il terapeuta si impegna a interpretare un sogno del paziente che riguarda il sentimento di perdita dopo la morte del padre.

Le sedute successive sono caratterizzate da un decremento delle interpretazioni del terapeuta e una stabilizzazione (tranne un piccolo incremento nella undicesima seduta) delle rivelazioni del paziente fino alla quattordicesima seduta che vede il terapeuta impegnato a interpretare dei comportamenti ansiosi del paziente tenuti verso i suoi familiari; anche in questa seduta le rivelazioni del paziente si mantengono costanti e ciò fino alla diciassettesima seduta. Mentre le interpretazioni del terapeuta si mantengono costanti fino alla fine della terapia, con un leggero calo nell’ultima seduta dovuto alla guarigione del paziente, le rivelazioni del paziente diminuiscono in modo pronunciato nella diciottesima seduta, quando le sue intenzioni sono più rivolte al racconto dell’esperienza piacevole di una giornata al cinema con la moglie (tali comunicazioni si riferiscono ad azioni visibili dall’esterno e non a cognizioni personali, quindi sono codificate come intento edificazione); le rivelazioni iniziano a crescere di nuovo verso la diciannovesima seduta con un picco nella ventesima che vede il paziente impegnato a rivelare al terapeuta il suo stato di persona guarita.

La disamina che è stata fatta, dell’andamento delle intenzioni di paziente e terapeuta durante le venti sedute della terapia, vuole rappresentare un possibile studio dei dati ottenuti dalla codifica dei trascritti verbali di una psicoterapia che, senza assumere la forma di una teoria, può dare vita a delle ipotesi, come quelle esposte di seguito. La terapia di tipo psicodinamico può essere suddivisa in tre parti, sulla base dell’andamento degli intenti delle risposte verbali date da paziente e terapeuta:

–                                 La prima parte è dedicata alla conoscenza tra i due interlocutori, ed è caratterizzata da un numero molto alto di espressioni  pronunciate dal paziente con l’intenzione di rivelare fatti  e sentimenti personali e da un numero basso di interpretazioni del terapeuta, dovuto alla scarsa conoscenza del paziente;

–                                 La parte centrale della terapia dedicata all’elaborazione e interpretazione dei vissuti del paziente, vede dei picchi di rivelazioni da parte del paziente (nelle sedute ottava e undicesima), seguiti da picchi di interpretazioni da parte del terapeuta (nelle sedute decima e quattordicesima);

–                                 La parte finale della terapia è caratterizzata da un calo nel numero di interpretazioni date dal terapeuta unite a un calo delle rivelazioni date dal paziente, probabilmente a causa della sua guarigione, e da un picco finale nel numero di rivelazioni del paziente che, una volta guarito, descrive le sue sensazioni e le sue intenzioni per il futuro.

Le conclusioni tratte in questa sezione possono essere passibili di mancate conferme, ma dimostrano come il Verbal Response Modes sia in grado di studiare in modo allargato i trascritti delle terapie, senza fermarsi ai soli modi di risposta più usati dal paziente e dal terapeuta.

Per dare una visione d’insieme dei risultati, emersi dallo studio condotto, si può dire che il paziente, all’interno della terapia, ha la tendenza a pronunciare prevalentemente espressioni con l’intenzione di rivelare informazioni su di sé, sui suoi sentimenti, le sue cognizioni e, per farlo, usa sé stesso come soggetto o eventi o persone a lui collegati direttamente; dimostra anche di non conoscere l’esperienza del terapeuta ma di accettare ciò che egli ha da dire.

Il terapeuta psicodinamico è più intenzionato a interpretare il vissuto del paziente e a porsi come esempio per agevolare la sua guarigione; quando parla con il paziente usa molti concetti derivati dalla teoria psicodinamica per spiegargli i vissuti psicologici. Come il paziente, dimostra di non conoscere l’esperienza di quest’ultimo e, per aumentarla, si pone nei confronti del paziente con l’intenzione di ricevere attentamente le sue informazioni. L’attenzione mostrata verso il paziente è visibile anche dalle espressioni di riconoscimento usate per aiutare il paziente a parlare.

Questi risultati possono essere ampliati tramite il confronto con i risultati delle valutazioni dei trascritti verbali di sedute di psicoterapie con diverso indirizzo.

Sarebbe molto interessante osservare se, e come, cambiano gli intenti e le forme delle espressioni verbali del paziente durante le sedute di outcome, e se, e come, cambiano le tendenze comunicative del terapeuta. Molto probabilmente il paziente racconterebbe più esperienze personali rese possibili dalla guarigione, mantenendo l’intento rivelazione, e il terapeuta si limiterebbe non più a interpretarle, ma, a giudicarle e a dare consigli per il mantenimento dello stato di guarigione.

Un ulteriore ricerca può essere condotta confrontando i risultati riportati in questo articolo con quelli derivati da una psicoterapia terminata in modo non positivo; sarebbe, infatti, interessante vedere se un terapeuta, che non è riuscito a portare a termine la terapia con successo, diminuisca il numero di interpretazioni alla fine di essa, e se il paziente non guarito mantenga la rivelazione come intento prevalente per tutta la terapia e, probabilmente, non inizi a porre più domande.

Il Verbal Response Modes è uno strumento di valutazione del linguaggio verbale di non facile comprensione, soprattutto la parte dedicata ai principi di classificazione.

I dubbi, che possono derivare dal fatto di valutare l’intento di un’espressione semplicemente usando questi tre principi, tendono a bloccare il processo di apprendimento sul nascere; nel momento in cui il codificatore (e quindi l’autore di questo articolo) viene a conoscenza di questi tre principi, può pensare che una buona parte dell’intento della risposta verbale rimanga esclusa da una valutazione dettagliata a causa dell’ampiezza del concetto di intenzione. Solamente dopo un   training accurato è possibile vedere l’ampia gamma di risposte verbali codificabili attraverso il Verbal Response Modes e, dopo un numero elevato di codifiche, diventa chiaro il fatto che lo strumento è in grado di codificare tutte le espressioni emesse da un parlante (Stiles, 1992). Un’ulteriore difficoltà deriva dal numero eccessivo di dati ottenibili grazie alla codifica di un solo trascritto verbale, molte volte di non semplice collocazione all’interno di uno schema ordinato di risultati.

I dati, una volta ordinati, forniscono dei profili dei ruoli di paziente e terapeuta, la cui importanza è visibile, e che possono rientrare a pieno titolo tra i risultati delle altre ricerche applicate al processo linguistico.

Bibliografia

CANSLER, D. C. e STILES, W. B. (1981).  Relative status and interpersonal presumptuousness. Journal of Experimental Social Psychology, 17, 459‑471.

FITZPATRICK, M. A., VANCE, L. e WITTEMAN, H. (1984).  Interpersonal communication in the casual interaction of married partners. Journal of Language and Social Psychology, 3, 81‑95.

FREUD, S. (1915-17). Gesammelte werke, 18 voll. Frankfurt am Main: S. Fischer Verlag GmbH. (tr. it. Sigmund Freud Opere, 8. Torino: Boringhieri, 2000).

McGAUGHEY, K. J. e STILES, W. B. (1983).  Courtroom interrogation of rape victims: Verbal response mode use by attorneys and witnesses during direct examination vs. cross‑examination.  Journal of Applied Social Psychology, 13, 78‑87.

McMULLEN, L. M. (1987). Speech styles of females in mixed ‑ sex versus same ‑ sex dyadic interactions.  Presented at the Canadian Psychological Association Convention, Vancouver, B.C.

PREMO, B. E. e STILES, W. B. (1983).  Familiarity in verbal interactions of married couples versus strangers. Journal of Social and Clinical Psychology, 1, 209‑230.

ROGERS, C. R.  (1951).  Client-centered therapy.  Boston, MA: Houghton-Mifflin.

ROGERS, C. R. (1942). Counseling and psychoterapy. Houghton Mifflin Company. (tr. it. Psicoterapia di consultazione. Nuove idee nella pratica clinica e sociale. Roma: casa editrice Astrolabio-Ubaldini editore, 1971).

SEARLE, J. R. (1976).  A classification of illocutionary acts.  Language in Society, 5, 1-23.

STILES, W. B. (1978a).  Manual for a taxonomy of verbal response modes.  Chapel Hill, NC:  Institute for Research in Social Science, University of North Carolina at Chapel Hill.

STILES, W. B. (1978b). Verbal response modes and dimensions of interpersonal roles: A method of discourse analysis. Journal of Personality and Social Psychology, 36, 693‑703.

STILES, W. B. (1978-79). Discourse analysis and the doctor ‑ patient relationship. International Journal of Psychiatry in Medicine, 9, 263‑274.

STILES, W. B. (1979). Verbal response modes and psychotherapeutic technique.  Psychiatry, 42, 49‑62.

STILES, W. B. (1980). Comparison of dimensions derived from rating versus coding of dialogue. Journal of Personality and Social Psychology, 38, 359‑374.

STILES, W. B. (1981). Classification of intersubjective illocutionary acts.  Language in Society, 10, 227‑249.

STILES, W. B. (1984). Client disclosure and psychotherapy session evaluations.  British Journal of Clinical Psychology, 23, 311‑312.

STILES, W. B. (1986). Levels of intended meaning of utterances. British Journal of Clinical Psychology, 25, 213‑222.

STILES, W. B. (1987). Some intentions are observable. Journal of Counseling Psychology, 34, 236‑239.

STILES, W. B. (1992). Describing talk: a taxonomy of verbal response modes. Sage publications.

STILES, W. B., AU, M. L., MARTELLO, M. A., e PERLMUTTER, J. A. (1983). American campaign oratory: Verbal response mode use by candidates in the 1980 American Presidential primaries.  Social Behavior and Personality, 11, 39‑43.

STILES W. B., PUTNAM, S. M., e JACOB, M. C.  (1982). Verbal exchange structure of initial medical interviews.  Health Psychology, 1, 315‑336.

STILES, W. B. e SHAPIRO, D. A. (1989).  Abuse of the drug metaphor in psychotherapy process ‑ outcome research.  Clinical Psychology Review, 9, 521‑543.

STILES, W. B., SHAPIRO, D. A., e FIRTH‑COZENS, J. A. (1988).  Verbal response mode use in contrasting psychotherapies: A within ‑ subjects comparison. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 56, 727‑733.

STILES, W. B., SHAPIRO, D. A., e FIRTH‑COZENS, J. A. (1989). Therapist differences in the use of verbal response mode forms and intents.  Psychotherapy, 26, 314‑322.

STILES, W. B. e SULTAN, F. E.  (1979). Verbal response mode use by clients in psychotherapy.  Journal of Consulting and Clinical Psychology, 47, 611‑613.

STILES, W. B., WASZAK, C. S. e BARTON, L. R. (1979).  Professorial presumptuousness in verbal interactions with university students.  Journal of Experimental Social Psychology, 15, 158‑169.

STILES, W. B., e WHITE, M. L. (1981).  Parent‑ child interaction in the laboratory: Effects of role, task, and child behavior pathology on verbal response mode use.  Journal of Abnormal Child Psychology, 9, 229‑241.

ZINGARELLI, N. (2000). Lo Zingarelli. Vocabolario della lingua italiana. Bologna: Zanichelli.

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: