Psicoterapia

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Analisi e creazione del significato dei sogni: prospettive interpersonali, intrapsichiche e neurobiologiche* – Mark J. Blechner

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

Desidero condividere il mio entusiasmo rispetto ai sogni, al loro significato nella pratica clinica, e ai molti modi nuovi in cui abbiamo imparato a comprenderli. Vorrei inoltre familiarizzare il lettore con alcune scoperte sui sogni provenienti dai neurobiologi e dagli scienziati cognitivi. Alcuni di questi ricercatori hanno sferrato aperti attacchi contro la teoria psicoanalitica dei sogni e la pratica della loro interpretazione; gli psicoanalisti hanno replicato con la stessa ostilità, o semplicemente ignorato la ricerca empirica. La mia personale visione è che sia i ricercatori empirici sia gli psicoanalisti clinici potrebbero trarre beneficio da uno scambio serio di informazioni.

Mark J. Blechner

Trad. It.  di Giulia Cordaro

La distanza attuale tra psicoanalisi e neurobiologia non esisteva quando la psicoanalisi è stata fondata. La prima ricerca scientifica di Freud riguardava la neurologia animale, lo sviluppo del sistema nervoso dell’anguilla. In seguito, una delle maggiori opere di Freud è stata il Progetto per una Psicologia Scientifica (1895), tesa a creare un modello del funzionamento mentale umano basato sulla conoscenza neurologica del suo tempo. Quest’opera è apprezzata ancora oggi dai neuroscienziati cognitivi. Se si studia il Progetto con attenzione, ci si rende conto che molto del pensiero più recente di Freud sulla metapsicologia psicoanalitica aveva le sue origini nel modello psiconeurale da lui sviluppato in quest’opera.

Nel corso degli anni, tuttavia, la psicoanalisi, la scienza cognitiva e la neurobiologia sono diventate estranee l’una all’altra, nonostante un certo tipo di dialogo (non sempre amichevole) tra queste discipline sia continuato, specialmente nel campo dei sogni.

Vorrei riconsiderare il rapporto della psicoanalisi con le scienze cognitive focalizzandomi sulla teoria dei sogni. Analizzeremo che cosa la psicoanalisi teorizza riguardo ai sogni, come ci approcciamo ad essi nella pratica clinica, e come possiamo integrare i dati provenienti dalle neuroscienze cognitive con le osservazioni cliniche sui sogni.

La visione psicoanalitica dei sogni è mutata drasticamente nei cento anni trascorsi da quando Freud pubblicò L’Interpretazione dei Sogni. Molti psicoanalisti, da Jung ai giorni nostri, hanno discusso sulla teoria di Freud secondo cui tutti i sogni sono causati da desideri inaccettabili.

Il White Institute è stato tra le istituzioni leader nella revisione della teoria psicoanalitica dei sogni.

Nel 1950, Frida Fromm-Reichmann ha affermato che non tutti i sogni hanno a che fare con il soddisfacimento di desideri. Erich Fromm (1951) ha visto nel sogno un tentativo di esprimere un conflitto psicodinamico. Paul Lippmann (1998) sostiene che i sogni rispondano sia a preoccupazioni private che a fattori sociali. Edgar Levenson (1983, 1991) ha dimostrato come i sogni spesso ritraggano le più semplici verità riguardo all’esperienza del sognatore, verità così dure che nel setting clinico né il paziente né l’analista possono comprenderle pienamente senza prima ricostruirle durante il processo di interpretazione dei sogni. Io ho affermato (Blechner, 1983) che i sogni possono esprimere cose non esprimibili mediante altri mezzi, e svilupperò qui questo punto di vista.

Farò tre domande principali: 1) Dov’è collocato il significato del sogno? 2) Come si arriva a questo significato nell’analisi clinica del sogno, e a che livello questo significato è analizzato o creato? 3) Qual è il significato degli elementi bizzarri nei sogni?

La visione di Freud era che l’interpretazione dei sogni è un processo mediante cui si distrugge la maschera del sogno. Noi ricostituiamo il significato latente originale del sogno, che è qualcosa di simile a un enunciato grammaticale, comprensibile. Questa teoria freudiana di base della formazione dei sogni, che ha dominato la psicoanalisi nel corso del suo primo mezzo secolo di vita, è stata duramente criticata nell’ultimo mezzo secolo, non solo dagli psicoanalisti clinici ma anche da coloro che svolgono ricerche di laboratorio sui sogni. Freud pensava ai sogni come a eventi minipatologici, ma questo punto di vista ha dovuto essere rivisto quando Aserinsky, Dement e Kleitman hanno scoperto che sogniamo regolarmente nel corso della notte, e molto più spesso di quanto realizziamo consciamente (Aserinsky e Kleitman, 1953; Dement e Kleitman, 1957 a, b).

Il fatto che i sogni capitino così regolarmente, insieme con altre nuove scoperte, ha portato alcuni ricercatori a postulare che i sogni non abbiano inizio da un pensiero verbale completamente formato. A questo proposito, una delle teorie meglio conosciute è quella di Allan Hobson e Robert McCarley (1977), che questi autori chiamano “l’ipotesi dell’activation-synthesis”. Essi propongono che lo stimolo base del sogno è costituito da un’immagine prodotta dall’attivazione intermittente del ponte, una struttura del tronco encefalico. Queste immagini, che Hobson e McCarley considerano casuali, sono poi sintetizzate dai livelli superiori della mente in una narrazione in via di sviluppo.

In questo processo è come se la mente si auto-somministrasse il TAT (Thematic Apperception Test), mostrando a se stessa un’immagine e poi elaborando una storia basata su di essa. Antrobus (1991) ipotizza che l’imput primario possa essere ancora più oscuro, ad esempio solo una traccia visiva, che i moduli concettuali o percettivi superiori trasformerebbero in un oggetto o persona riconoscibile.

Ci sono molte obiezioni che possono essere rivolte alla teoria originale di Hobson e Mc Carley. Più recentemente, Mark Solms (1997), studiando pazienti con traumi cerebrali, ha scoperto che i soggetti con danno del ponte sognano ancora. Quindi sono necessarie delle revisioni all’ipotesi dell’activation-synthesis.

Consideriamo comunque cosa implica la teoria di Hobson e McCarley per le nostre prime due domande. Rispetto alla prima – dov’è collocato il significato del sogno? – l’ipotesi dell’activation-synthesis suggerisce che non partiamo con un significato. Partiamo con un’immagine relativamente priva di significato, generata dall’attivazione neurale. Poi, nella fase di sintesi, i livelli più elevati della mente costruiscono una narrazione più convincente, partendo da tali stimoli generati al suo interno. Quindi il sogno inizia come un qualcosa privo di significato, poi si dota di maggior senso.

Che cosa afferma questa teoria rispetto alla nostra seconda domanda, ovvero Come si arriva a questo significato quando si svolge l’analisi clinica del sogno? Secondo me, la teoria suggerisce che quando interpretiamo un sogno noi continuiamo il processo mentale di creazione di significato.

In altre parole, l’interpretazione del sogno non riporta il sogno indietro alla sua origine, al significato latente. Secondo l’ipotesi dell’activation-synthesis, non c’è un pensiero latente alla base del processo mediante cui si sogna. Piuttosto, se l’interpretazione del sogno decodifica un significato, tale significato deriva solo dalla fase di sintesi della formazione del sogno.

Un’altra teoria del sogno è quella di Francis Crick, vincitore del premio Nobel per la ricerca sul DNA, e Graeme Mitchison (1983). Essi hanno proposto una teoria secondo cui i sogni non sono dotati di significato; sono invece prodotti di scarto.

Essi hanno tracciato un’analogia con i grandi sistemi informatici, che di notte svolgono determinate operazioni per cancellare materiale superfluo. Crick e Mitchison vedono questa sorta di operazione di pulizia come la funzione del sogno, ossia che la mente elimini materiale inutile; la conclusione che ne traggono è che l’analisi dei sogni, o qualsiasi forma di attenzione focalizzata sui sogni, può essere dannosa.

Quando questa ipotesi è stata avanzata sulla rivista Nature, è stata vista come la più grande sfida a Freud. Il punto è che Freud ha già risposto a tale sfida, in una delle sue prime incarnazioni, la teoria di W. Robert (1886). Secondo Freud (1900),

Robert descrive i sogni come “un processo somatico di eliminazione di cui noi diventiamo            consapevoli per la nostra reazione mentale ad esso.” I sogni sono eliminazioni di pensieri che sono       stati soffocati alla nascita. “Un uomo privato della capacità di sognare diverrebbe col passare del        tempo mentalmente turbato, poichè una grande massa di pensieri incompleti, non elaborati e di         impressioni superficiali si accumulerebbe nella sua mente, e resterebbe troppo schiacciato dalla loro      mole per raffinare i pensieri che dovrebbero essere assimilati nella sua memoria come entità   complete.”… Ciò che Robert chiaramente fa è inferire da queste due caratteristiche del materiale             dei sogni che, in un modo o nell’altro, un’espulsione di materiale privo di valore è compiuta durante         il sonno come un processo somatico, e che il sognare non è un particolare tipo di processo psichico             ma semplicemente il materiale che riceviamo da tale espulsione. Inoltre, l’espulsione non è l’unico      evento che si verifica nella mente durante la notte. Robert stesso aggiunge che, oltre a questo, le   suggestioni createsi nella giornata precedente vengono elaborate e che tutte quelle parti non     eliminate dei pensieri non digeriti sono cucite insieme in un’entità dotata di senso  da fili di pensieri     presi in prestito dall’immaginazione e poi inserite nella memoria come un’immagine di fantasia          innocua. (p. 79)

Si noti come questa ipotesi sia simile a quella di Crick e Mitchison, eccetto per il fatto che non si riferisce all’analogia del computer.

La questione se il significato dei sogni venga decodificato o creato non è solo una controversia teorica. Essa ha implicazioni quando ci si chiede quale sia il modo migliore per analizzare i sogni nel setting clinico. In verità, essa rimanda all’antico dibattito tra Jung e Freud rispetto all’usare o meno le libere associazioni.

Le libere associazioni, ritiene Jung, conducono sempre a un complesso, ma non possiamo mai essere certi che sia proprio questo a costituire il significato del sogno.

Possiamo, ovviamente, sempre giungere in qualche modo ai nostri complessi, essendo questi un’attrazione che riconduce tutto su di sé (Jacobi, 1973, p. 84).

Jung pensava che la procedura stabilita da Freud di basarsi prima di tutto sulle associazioni del paziente portasse a una semplificazione del sogno. Giungeremo a una riflessione sui complessi del paziente, ma non è questo il vero significato del sogno.

In un certo senso, il punto di vista di Jung si è rivelato profetico per la psiconalisi. Nel 1967, i membri del Kris Study Group sui sogni, presso il New York Psychoanalytic Institute, sono giunti alla conclusione che i sogni non hanno un significato particolare nella psicoanalisi clinica (Waldhorn, 1967). Essi credevano che tutti gli aspetti psicodinamici ricavati dall’analisi dei sogni potessero anche essere derivati dall’analisi delle libere associazioni del paziente. Quando Freud scrisse L’Interpretazione dei Sogni, non aveva ancora scoperto le tecniche di base della psicoanalisi, e gran parte della sua auto-analisi derivava dall’analisi dei suoi stessi sogni. Ma, essi sostenevano, gli analisti moderni non hanno un particolare bisogno di svolgere l’analisi dei sogni. Se Jung fosse stato in vita quando è stata pubblicata questa relazione, presumo che avrebbe riso. Avrebbe affermato che questa cosiddetta scoperta era la naturale conseguenza della procedura Freudiana di analisi dei sogni.

Le libere associazioni legate al sogno ci riportano indietro ai complessi del paziente, e se queste sono tutto ciò che facciamo nella nostra analisi del sogno, per forza di cose i sogni non ci daranno niente di speciale.

La questione se l’analisi dei sogni sia utile, dannosa o altro sembra essere particolarmente significativa quando studiamo gli elementi bizzarri nei sogni.

Il materiale bizzarro nei sogni costituisce un elemento critico per l’analisi dei sogni, come pensava Freud, per via della profondità dell’operazione del processo del sogno su questo materiale? Il materiale bizzarro non deve sostanzialmente essere preso in considerazione, come un qualcosa privo di significato, come ha sostenuto Allan Hobson, il risultato di un “lavoro sporco svolto nel modo migliore possibile” da parte della corteccia, che deve integrare immagini e movimenti oculari che non sono sotto il suo controllo? O c’è qualche altro speciale significato per gli elementi bizzarri dei sogni?

Per discutere tali questioni, mi riferisco a uno dei sogni personali di Hobson, che egli racconta in The Dreaming Brain (1988). Tale sogno è di speciale interesse per me, per tre motivi. Primo, il sogno si rivolge agli psicoanalisti. E’ un buon esempio di ciò che Paul Lippmann intende per sogno che ha ramificazioni sia private che sociali. Secondo, Hobson utilizza il suo sogno per considerare se gli aspetti bizzarri del sogno hanno un qualche significato, lasciando perdere se essi hanno una speciale importanza. Terzo, il sogno mostra alcune delle metafore di base che Lakoff e Johnson (1980) hanno identificato,  ma le elabora e le ricombina in modo insolito.

Segue il sogno di Hobson, insieme con il commento dello stesso autore.

Mi trovo a Williamstown, nel Massachussets, e sto parlando con un collega, Van, che indossa una             maglietta bianca (di solito veste di blu) aperta sul collo (in genere le tiene abbottonate normalmente,         o addirittura fino all’ultimo bottone) e pantaloni kaki (solitamente usa pantaloni sportivi di flanella).            Casual. Van afferma, come se niente fosse, di aver partecipato a una riunione del comitato che il          giorno prima aveva considerato la mia candidatura per una serie di letture su invito. (Capisco dal suo   tono di voce che sta per darmi cattive notizie). Il comitato aveva votato contro perché “Loro non    ritengono che la psicoanalisi debba essere confrontata con dati di laboratorio”.

Io spiego quanto un’idea del genere sia scorretta.”E’ un motivo sbagliato”, dico. “E anche il            momento è sbagliato, perché Adolf Gründbaum sta proprio per pubblicare il suo nuovo importante     libro in cui afferma con insistenza che questo è           proprio ciò che la psicoanalisi deve fare.” Van          ignora questa affermazione e sembra non aver mai sentito parlare prima di A. G.

A questo punto Van abbozza una graziosa piroetta e mi lancia addosso un pezzo di ferro, qualcosa come la serratura di una porta o un paio di cardini incrostati di vernice. Come a dire “Tieni,           prendili come ricompensa”. Nonostante la mia indole da netturbino, penso di dover rifiutare quel            “dono”, e così lo rilancio indietro addosso a Van, al suo passo coreografico successivo. Lui insiste    che il dono era proprio pensato per me, e la scena cambia senza che si capisca chiaramente se lo             terrò o no.

Usciamo da una porta (che si trova sull’angolo dell’edificio) per contemplare lo splendido campus di Williams. Un vialetto di mattoni rossi si estende su un prato verde all’inglese fino ai           classici edifici bianchi Puritani.

Van dice “Hanno scelto Mary” (o sembra che lo dica) “coerentemente con le loro priorità,             per avere un oratore che possa aiutarli nei loro sforzi per raccogliere fondi.”

“Ecco perché avete edifici così belli,” noto io, “e perché dentro di essi non c’è nulla.”

In seguito Hobson ci dice,

Il significato narrativo del mio sogno dovrebbe essere chiaro. Il mio scopo è quello di cambiare la             mentalità psicoanalitica: non solo la mia, ma quella del mio collega (e ovviamente, in questo libro,           anche quella dei miei lettori). Lo psicoanalista, sempre alla ricerca del significato latente, sarà      interessato al fatto che anche mio padre vive a Williamstown e vorrà vedere le cause del mio sogno         come visionariamente edipiche! Un’altra persona che vive lì è un amico comune, la cui prima moglie             si chiamava Mary. Forse questi sono indizi di un significato più profondo, formativo del mio sogno,   celato dal mio balletto con Van (esso stesso un desiderio omosessuale sottilmente velato?).

Ma io penso che il mio sogno abbia più chiaramente e apertamente a che fare con il mio    risentimento nei confronti del mio vecchio amico Van, che mi ha lasciato nei guai ad Harvard e si è a   trasferito a Williams per ricevere una cattedra sovvenzionata in psicologia psicoanalitica.      Ovviamente mi chiedo se sia un amico o meno. E’ un alleato fedele o un voltagabbana che pensa solo   a se stesso? In vista della seconda possibilità, mi vendico accusandolo (mediante spostamento su          Williams) di motivi mercenari che portano a modi di fare aggraziati, ma privi di sostanza.

Tutto questo mi sembra molto chiaro. Quasi evidente. Forse mi chiedo anche se la forma   della mia teoria del sogno sia attraente dal punto di vista architettonico, ma impossibile da abitare.

Perchè dunque Van è vestito in modo incoerente rispetto al solito?

Perchè fa le piroette? Perchè mi lancia improvvisamente addosso un pezzo di metallo? Perchè il

pezzo di metallo è “qualcosa come” la serratura di una porta? Perchè “forse” sono un paio di         cardini             incrostati di vernice? Perché la scena cambia? Perché Van “sembra dire” che la commissione        ha scelto Mary? Le risposte a queste domande, che si riferiscono alle sole caratteristiche del racconto          che lo rendono indubitabilmente tipico di un sogno, sono tutte troppo facilmente ascrivibili a difese il       cui significato va ricercato nelle mie associazioni mentali. Ma viste come maschere sono inadeguate.   E viste come simboli non sono necessarie.

Rivolgendovi alcune delle domande che Hobson solleva a proposito del suo sogno, il mio intento non è di fare un’analisi esaustiva del sogno. Piuttosto, mi concentro su quegli aspetti di esso che sono rilevanti per la teoria dei sogni.

Hobson ci chiede, “Come mai il pezzo di metallo è ‘qualcosa come ‘ la serratura di una porta? Come mai ‘forse sono un paio di cardini incrostati di vernice? ‘”. Possiamo rispondere che entrambi gli elementi si riferiscono a un blocco. Essi descrivono differenti modi di difendersi. Una serratura è una difesa assoluta. Permette di scegliere se lasciare gli altri entrare dalla porta o no; i cardini permettono alla porta di aprirsi, ma sono incrostati di vernice, lavorano in modo simile alla serratura, nonostante siano meno impenetrabili e non lascino scegliere se chiudere qualcuno fuori o no. Il cardine incrostato di vernice è incrostato, ma questa è considerata una disfunzione. Questa parte del sogno è una formazione tipica del sogno. La serratura – cardine incrostato è una creazione composita che può rappresentare vari gradi e tipi di atteggiamenti difensivi. Questo atteggiamento difensivo blocca il passaggio tra la psicoanalisi e le neuroscienze cognitive, o le informazioni tra l’hardware del cervello e il software della mente.

Hobson afferma che solitamente avrebbe accettato la serratura – cardine per via della sua “indole da netturbino”, ma pensa che deve rifiutarla. La restituisce, ma Van insiste che è stata proprio pensata per lui, e la scena cambia senza che si capisca chiaramente se Hobson la terrà o no. Il sogno può rappresentare la relazione tra Hobson e Van, tra la neurobiologia e la psicoanalisi. Ognuno di essi sta sulla difensiva, e giocano alla “patata bollente” con la serratura – cardine, ossia con il loro carico di atteggiamenti difensivi. E’ come se Van dicesse “tu sei bloccato, e questa serratura – cardine rappresenta il modo in cui sei bloccato”, e Hobson la rimanda indietro, come a dire “No, il blocco è tuo, Van”. Qual è la natura della barriera tra Hobson e Van? E’ come una serratura che una persona può scegliere di aprire a suo piacimento, se vuole aprire il chiavistello o ha la chiave? O è forse come i cardini incrostati di vernice, che non si scostano nemmeno se lo vuoi? Avere cardini incrostati da muovere è un compito più duro, bisogna lasciarli a lungo in ammollo nel solvente, il che crea disordine ed è una perdita di tempo. E forse Hobson e Van, un neurobiologo e uno psicoanalista, non sono certi di volersi impegnare nel lento, complicato processo di disincrostare i cardini nella loro relazione.

Ovviamente, interpretando il sogno in questo modo, potremmo anche mettere in atto il sogno. Come Levenson (1983, 1991) ed io (Blechner, 1995) abbiamo sottolineato, questo capita spesso nell’interpretazione del sogno. Nel suo commento al sogno, Hobson non sembra prendere pienamente in considerazione la possibilità di un’interpretazione psicoanalitica. Egli sfida gli psicoanalisti a trovare tematiche convenzionali edipiche e omosessuali nel suo sogno. Sembra avere una concezione errata dell’interpretazione psicoanalitica dei sogni, che non si limita a pochi clichè a sfondo sessuale. La mia reazione iniziale al sogno e al commento di Hobson è stata che essi riguardano le sue difese, di cui egli non è consapevole. Ma nel fare questa interpretazione, in effetti, io potrei fare ciò che Van fa nel sogno, cercando di lanciare i cardini incrostati contro Hobson, ed egli potrebbe dunque cercare di rilanciarli contro la psicoanalisi. Ci troveremmo facilmente ad un punto morto (inteso in senso metaforico). Dunque penso, invece, che interpretare il sogno come se rappresentasse la dialettica tra bonaria apertura e rigido atteggiamento difensivo, tra la neurobiologia e la psicoanalisi, sia più pertinente rispetto ad esso e possa disincrostare i nostri cardini.

Hobson inoltre ci chiede, “Perchè Van è vestito in modo insolito?”. Nel sogno, Van è vestito in modo più casual del solito.  Forse Hobson desidera che Van, ovvero la psicoanalisi, sia più casual del solito. E ci tengo a dire che il sogno descrive una realtà – la psicoanalisi moderna è più casual rispetto ad un tempo. Forse Hobson è abituato alla formalità e alla rigidità di certe istituzioni psicoanalitiche. Forse, inoltre, invece della rigidità e della natura ostile tipiche di certe dispute scientifiche, il balletto di Van indica una certa gentilezza, una certa grazia, e un’apertura alla reciprocità.

Hobson chiede anche, “Perché la scena cambia?”. All’interno dell’interpretazione che stiamo portando avanti, possiamo rispondere, perché Hobson non vuole avere a che ulteriormente a che fare con il risultato del suo atteggiamento difensivo, o di quello di Van. Ma osserviamo più da vicino il cambio di scena.

I personaggi del sogno si spostano dall’interno all’esterno.

Questo è il punto in cui George Lakoff (1993) ci può essere particolarmente utile. Se applichiamo la sua nozione delle fondamenta metaforiche inconsce del sogno, possiamo vedere il cambiamento di scena come un’uscita per prendere “una boccata d’aria fresca”. Questo è un ulteriore tentativo di eludere un confronto. Il passaggio cattura l’essenza affettiva del sogno, che potrebbe essere la dialettica tra bonaria apertura e confronto aggressivo.

Dunque, secondo il mio punto di vista, l’immagine centrale della serratura-cardine, con tutte le parole che la caratterizzano, non è una creazione bizzarra casuale. Al contrario, essa crea il nesso del significato nel sogno. Questa questione se le formazioni bizzarre del sogno abbiano un significato speciale è cruciale secondo me. Essa tocca la questione fondamentale del perché abbiamo bisogno di sognare, e se i sogni abbiano un posto speciale nei nostri processi di pensiero. Io suggerisco un’alternativa sia al punto di vista di Freud del soddisfacimento di desideri sia a quello di Hobson della causalità biologica periodica.

Secondo me, la cosa straordinaria del sognare è che ci permette di avere pensieri che non possono essere tradotti in parole. Sognare ci consente un pensiero extralinguistico, un pensiero che si estende oltre i confini del linguaggio.

La psicoanalisi si è interessata negli ultimi anni a ciò che Bollas (1987) chiama “il conosciuto non pensato” e Stern (1997) chiama “l’esperienza non formulata”.

Entrambi questi concetti implicano che i pensieri potrebbero essere espressi a parole, ma non lo sono. Secondo la mia visione, i sogni ci permettono di esprimere pensieri letteralmente indescrivibili, pensieri che non possono essere espressi a parole perché non abbiamo le parole per esprimerli. Ed ecco perché i sogni ci possono dire cose che nessuna libera associazione può dirci.

Quindi il sogno permette alla mente di pensare senza i vincoli del linguaggio.

Il linguaggio è senza dubbio cruciale per formulare pensieri in modi che possono essere comunicati facilmente e con efficienza da una persona all’altra, ciò che Sullivan (1953) ha chiamato il modo sintattico di pensare. Ma il linguaggio pone anche molti limiti al pensiero. I sogni ci consentono di superare i vincoli del linguaggio; i sogni ci consentono di pensare l’impensabile. (Qui intendo impensabile non solo con la sua connotazione di qualche forma di tabù, ma più letteralmente, come qualcosa che non può essere detto, perché non è esprimibile a parole.)[1].

La psicoanalisi è stata fondata sull’idea che tradurre il sintomo nevrotico in qualcosa di espresso a parole possa portare a curare. Questo era il principio alla base del trattamento dell’isteria. Il sintomo somatico esprimeva qualcosa che non poteva essere detto. Ma l’origine di questa “indicibilità” era di solito la repressione vista in ottica psicodinamica; in altre parole, non poteva essere detto perché certe emozioni, come il senso di colpa, o tabù culturali, si opponevano alla sua espressione a parole. Ad esempio, donne abusate sessualmente erano spinte sotto forti pressioni culturali a non parlarne. Ma i pensieri impronunciabili che si riflettono nei sogni potrebbero non essere tutti soggetti a repressione in quanto inaccettabili, potrebbe darsi, piuttosto, che essi non possano essere espressi a parole perché coinvolgono concetti per cui non abbiamo termini nella nostra lingua.

Molti di voi conoscono l’ipotesi di Whorf-Sapir (e.g., Whorf, 1956), ossia che il linguaggio dà forma e limiti al tipo di pensieri che possiamo avere. Durante la veglia, è molto difficile per noi pensare a cose per cui non abbiamo parole. L’ipotesi di Whorf-Sapir ritiene che i pensatori di lingue differenti possono avere diversi pensieri, poiché hanno diversi vocabolari che consentono questi pensieri.

Un buon esempio di come il linguaggio limiti il pensiero è molto saliente nelle attuali neuroscienze cognitive. Nella nostra lingua, abbiamo le parole “mente” e “cervello”. Queste due parole rinforzano la visione Cartesiana secondo cui la mente e il cervello sono separati. Quando diciamo “cervello”, intendiamo l’organo corporeo. Quando diciamo “mente”, intendiamo l’insieme dei processi e delle facoltà mentali. Ma molti di noi si trovano sempre più a disagio con questa divisione. Lo scopo delle neuroscienze moderne, così come lo scopo di Freud nel suo Progetto per una Psicologia Scientifica, è essere in grado di rendere conto degli eventi mentali in termini di processi neurobiologici, e viceversa, cosicchè alla fine potremo comprenderli come fenomeni unitari. Dunque, molti di noi si sono trovati a parlare del “mente/cervello”. Questo termine composto è il più adatto che possiamo scegliere in Inglese in questo periodo per bypassare il dualismo Cartesiano. Forse un giorno avremo una parola sola per parlare del “mente/cervello”. Forse diremo “mente/cervello” abbastanza spesso, e questo termine verrà pronunciato come una parola sola, tipo “mibron”. O forse verrà coniata una parola completamente nuova. Magari uno di noi conierà una parola nuova in un sogno.

Secondo il mio punto di vista, i sogni permettono molta più flessibilità nei nostri pensieri perché nei sogni siamo liberi di pensare idee che si estendono oltre i confini del linguaggio. Quando cerchiamo di raccontare questi sogni, dobbiamo inevitabilmente fare ricorso al linguaggio, ma la vaghezza o la complessità di queste descrizioni mostrano quanto il sogno sia andato oltre i limiti del linguaggio – come quando Hobson dice “qualcosa come” una serratura o “forse” un cardine. Spesso caratterizziamo queste parti del sogno come bizzarre. Ma esse costituiscono gli aspetti veramente creativi e informativi del sogno. Idealmente, nell’interpretarle, esse non dovrebbero essere ridotte a frasi che suonano linguisticamente più coerenti ma sono lontane dal percetto originale del sogno. Forse non dovrebbero essere interpretate del tutto.

Non interpretate del tutto! Suppongo che non suona come la psicoanalisi canonica. Ma intendo dire che certi percetti, specialmente quelli più bizzarri, dovrebbero essere lasciati intatti, nella loro formulazione originaria. Invece di tradurli, possiamo rendere il loro significato più chiaro descrivendo il contesto generale del sogno, magari mediante una domanda.

In questo modo, l’interpretazione dei sogni potrebbe essere come il gioco Jeopardy!, in cui viene fornita la risposta, e bisogna trovare la domanda giusta. Nell’interpretazione dei sogni, se poni la domanda giusta, l’immagine del sogno funzionerà come risposta. Se crei il contesto giusto, allora l’apparente nonsenso acquisirà senso[2].

Una delle domande sollevate dal sogno di Hobson è: “A cosa somiglia la relazione tra Hobson e la psicoanalisi?” La risposta che esso fornisce è “E’ qualcosa di simile a un incrocio tra dei cardini incrostati di vernice e una serratura, senza che chi lo riceve abbia il desiderio neanche minimo di tenerlo, foggiarlo, o aggiustarlo.” In realtà, quando traduciamo un sogno in un processo secondario di linguaggio, come ho appena fatto, rendiamo il sogno più comunicabile, ma probabilmente perdiamo qualcosa del significato originale, preciso di esso.[3] In questo, sono d’accordo con il compositore Ned Rorem (1994), che ha scritto “I sogni sono sogni, con la loro propria integrità, non simboli progettati per mantenerci svegli. Come la musica, il cui senso, la cui forza e la cui vera ragione di esistere non potranno mai essere spiegati dalla pura intelligenza, il significato dei sogni ci sfuggirà sempre, non perché tale significato è troppo vago per le parole, ma perché è troppo preciso per le parole” (p. 517).

Probabilmente, nel sogno, l’oggetto che Van ha lanciato ad Hobson era qualcosa di mai visto prima e per cui non abbiamo un termine preciso. Hobson descrive bene questa qualità intermedia. Se non l’avesse messo per iscritto, col passare del tempo avrebbe probabilmente cambiato questo oggetto per inserirlo più chiaramente nel nostro mondo di oggetti, in quanto classificato da un linguaggio familiare, e avremmo perso qualcosa del significato essenziale del sogno.

I sogni sono extralinguistici in diversi modi. Come ho già sottolineato, essi possono creare oggetti per i quali non abbiamo un nome. Ma sono anche extralinguistici nel senso che vanno oltre i confini della metafora accettabile. Essi creano metafore completamente nuove, ed estendono e combinano inoltre le metafore comunemente usate in modi nuovi di zecca.

Lasciatemi spiegare cosa intendo. Lakoff e Johnson, in Metafora e Vita Quotidiana, hanno mostrato come il nostro linguaggio di tutti i giorni sia ricco di metafore comuni. Solitamente non siamo consapevoli della maggior parte di queste metafore mentre le usiamo, nonostante sia semplice portarle alla nostra attenzione. Ad esempio, essi sottolineano che una metafora comunemente usata è Le idee sono cibi. Spesso diciamo “Abbiamo i crudi fatti”, o “Le sue idee sono precotte“. Ma ci sono dei limiti, perlomeno nel pensiero della veglia. Come dicono Lakoff e Johnson, ci sono “idee precotte, ma non ci sono idee rosolate, stracotte o affogate” (p. 109). Sono d’accordo con questa affermazione per quanto riguarda il linguaggio convenzionale. Un’idea rosolata ma non nei sogni. Nei sogni ci possono essere idee rosolate. La comprensione dei sogni ci richiede di aprire le nostre menti alle metafore non convenzionali, o di ampliare le metafore con una nuova gamma di dettagli.

Un’altra metafora comune messa in evidenza da Lakoff e Johnson è Una discussione razionale (letteralmente “intellettuale”) è una lotta. Si usa dire “Lanciamoci qualche idea.” Avendo in mente il baseball, possiamo dire “Il mio avversario nel dibattito mi ha tirato un lancio ad effetto” (it. MI HA PRESO IN CONTROPIEDE), oppure  “Hai centrato  la base  con quell’idea” (it.HAI CentraTO IL PUNTO). Gli appassionati di golf possono dire “Quella era una vera buca al primo colpo” (RIUSCIRE al primo colpo, COLPIRE NEL SEGNO).   Gli appassionati di boxe possono dire “Ora si sta davvero togliendo i guantoni” (it. SI STA ARRENDENDO). Tutte queste metafore sono facilmente comprensibili in quanto fanno parte dell’inglese idiomatico.

Il sogno di Hobson comprende questa metafora, Una discussione razionale (intellettuale) è una lotta, ma la amplia. Lui e Van giocano a palla? (play catch), ma in un modo molto speciale. Mentre molti di noi comprenderebbero “Nel dibattito, mi ha tirato un lancio ad effetto (MI HA PRESO IN CONTROPIEDE), resteremmo interdetti se, nel linguaggio della veglia, sentissimo qualcuno dire “Nel dibattito, mi ha tirato un cardine incrostato di vernice”, oppure “Mi ha tirato una serratura”. Ma queste frasi creano una nuova metafora: Una discussione razionale (intellettuale) è una costruzione fatta in collaborazione. Dunque, il sogno di Hobson unisce insieme due metafore, Una discussione intellettuale (razionale) è una lotta e Una discussione intellettuale (razionale) è una costruzione fatta in collaborazione. L’incrocio, una metafora  congiunta, porta a giocare a palla con un pezzo di metallo, e questo pezzo di metallo è esso stesso un concentrato di idee multiple. Questo tipo di metafora congiunta, che potrebbe essere una caratteristica speciale del sogno, merita di essere analizzata con ulteriori studi.

Conclusioni

L’analisi dei sogni rimane uno degli aspetti più vitali del lavoro psicoanalitico. Alcuni analisti sembrano aver perso il loro entusiasmo per l’interpretazione dei sogni, altri analisti prestano difficilmente attenzione ai sogni del tutto. Alcune ricerche sperimentali sul sogno hanno anche sollevato dubbi riguardo al significato psicologico dei sogni. Questa è una grande perdita, e poiché ci avviciniamo al centesimo anniversario della pubblicazione dell’opera di Freud L’Interpretazione dei Sogni, penso che sia giunta per noi l’ora di ripensare la nostra teoria dei sogni, di includere le scoperte delle scienze cognitive e della neurobiologia, e anche di suggerire linee di ricerca che gradiremmo fossero seguite dai ricercatori. I loro sforzi, da un punto di vista empirico, e i nostri sforzi, da un punto di vista clinico ed esperienziale, insieme possono dar forma e rivitalizzare la nostra comprensione del sognare e la nostra pratica di interpretazione dei sogni.

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[1] Essendo anche un musicista, ho sempre avuto buone ragioni per credere questo. La musica permette una forma di attività cognitiva e mentale organizzata che è allo stesso tempo altamente strutturata e ricca di significato, ma anche non linguistica (Jackendoff, 1987; Blechner, 1977; Blechner, Day e Cutting, 1976).

[2] Lakoff e Johnson (1980) forniscono un esempio della veglia: “Per favore siediti al posto del succo di mela”. Mentre considerata isolatamente questa sentenza non ha significato, ce l’aveva nel contesto in cui è stata creata: “Un ospite era sceso a fare colazione. C’erano quattro posti apparecchiati, tre con un bicchiere di succo d’arancia e uno con un succo di mela. A quel punto era chiaro cosa fosse il posto del succo di mela” (p. 12).

[3] Masud-Khan (1976) ha sottolineato l’importante differenza tra il resoconto del sogno e la reale esperienza del sogno. Altri (e.g. Kernberg, in Curtis e Sachs, 1976) hanno affermato che questa distinzione è priva di utilità e allegorica. Ma benchè possiamo non essere sempre capaci di recuperare tutta l’esperienza del sogno, è un’importante distinzione da tenere a mente. Ci può portare a essere più cauti nel “convenzionalizzare” il nostro ricordo di un sogno.

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