Psicoterapia

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Hazing: i riti di iniziazione nelle confraternite universitarie – Di Fiorino Mario, Del Debbio Alessandro, Fontana Maria

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

L’hazing rappresenta una degenerazione dei riti di iniziazione. Nel tempo è diventato una pratica spesso violenta e pericolosa per la vita stessa delle persone coinvolte. La non osservanza dei regolamenti vigenti all’interno delle università, associata ad una pressoché totale assenza del senso di vulnerabilità, ha fatto sì che i riti avessero conseguenze talvolta molto gravi, sia su un piano fisico che psico-sociale. Risulta evidente, da parte di chi commette abuso, la messa in atto di meccanismi di difesa (per esempio, la razionalizzazione e la colpevolizzazione delle vittime).

Visti gli esiti di tali comportamenti, è auspicabile una condanna dei vari abusi ma, al tempo stesso, può essere utile rivalutare la dimensione positiva e costruttiva dei gruppi, ricordando che l’esistenza delle confraternite, delle cheer leader etc… riflette l’esigenza dell’uomo di soddisfare bisogni sociali di appartenenza, affiliazione e di realizzazione. (Parole chiave: abuso, riti di iniziazione, gruppo)

Summary

Hazing is a degeneration of initiation rites. It became often a violent and dangerous practice for people involved. The violation of university regulation and the absence of sense of vulnerability cause many important consequences during the rites, from a physical and psycho-social point of view. It’s clear, from the abusers, the presence of defense mechanism (for example, rationalization and blaming the victims). Since the consequences of this behavior, it’s hope a sentence for the hazing but, at the same time, it would be helpful to revalue the positive and constructive dimension of the groups, remembering that the existence of confraternity, cheer leader etc. reflects the natural need of affiliation, membership and the need for achievement.

Key words“>: hazing, wrongs of passage, group,

Di Fiorino Mario , Del Debbio Alessandro , Fontana Maria
Reparto di Psichiatria Ospedale Versilia, Azienda U.S.L. 12 di Viareggio

L’origine del fenomeno

Il termine iniziazione deriva dal latino initium ed indica la cerimonia con cui si entrava in un’associazione misterica. I primi studi sull’argomento sono di matrice antropologica e sociologica ed analizzano le varie modalità con cui, dall’antichità fino ai giorni nostri, si svolgevano questi momenti di passaggio. In generale, il concetto di iniziazione si riferisce ad una pratica rituale, un processo e un percorso che permette all’iniziando di passare da uno stato di vita ad un altro (Guénon, 1995) e tale passaggio si verifica tanto ad un livello pratico-effettivo (espresso quindi nei comportamenti) quanto ad uno interiore (riferito alla percezione soggettiva di se stessi).

L’origine dei primi riti risale addirittura alle popolazioni primitive, presso le quali l’ingresso nelle caverne, con dipinti che svelavano le tecniche di caccia, costituiva un modo per svelare i segreti della sopravvivenza e, quindi, la formazione di un giovane adulto. In epoche successive, una delle immagini che più simboleggia i momenti di passaggio dall’infanzia verso l’età adulta è costituita dal labirinto, luogo iniziatico e di rinascita psicologica.

E’ possibile individuare alcune specifiche tipologie del fenomeno; troviamo, infatti, riti tribali che coinvolgono giovani maschi (iniziazione puberale); cerimonie con specifiche esperienze fisiche e spirituali che permettono di acquisire il diritto di entrare a far parte di gruppi chiusi o società segrete; addestramenti per acquisire particolari status come quelli di sciamani e guaritori; riti di passaggio da un’età all’altra per definire una gerarchia all’interno dei gruppi. Tutte queste forme presentano alcune caratteristiche in comune; dal punto di vista strutturale, infatti, tanto nei riti sacri, quanto in quelli profani, è possibile individuare delle specifiche condizioni che devono presentarsi affinché il passaggio possa essere definito “riuscito”. Innanzitutto deve essere identificato un ambiente specifico entro il quale compiere il rito, solitamente un luogo chiuso (capace di “contenere” la ritualità che verrà espressa) e segreto (di cui ha conoscenza solo chi fa già parte del gruppo e i nuovi iniziati). In secondo luogo ritroviamo la presenza di elementi simbolici che possono essere rappresentati da oggetti utilizzati durante il rito oppure solamente da parole, comportamenti o gesti ai quali è conferito un certo alone di sacralità. Infine, risultano fondamentali la compartecipazione empatica (per cui gli officianti celebrano il rito mettendo in gioco anche se stessi e la loro affettività) e l’intermediazione iniziatica, cioè lo scambio di contenuti iniziatici tra gli “anziani” e il neofita (Guénon, 1997).

L’iniziazione ha evidenti connotati sociali, in quanto si svolge sempre all’interno di una comunità, chiamando in causa processi sia individuali che interpersonali e si differenzia da qualsiasi altro percorso interiore caratterizzato da una “mutazione del sé” (Mariano, 2001). Il segno distintivo resta sempre l’entrata a far parte di un gruppo (anche a costo di sottomettersi a rituali dolorosi o pericolosi) che si colloca in un periodo specifico della vita degli iniziati e cioè nel passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Con il passare dei secoli i riti di iniziazione hanno perso buona parte della sacralità che li caratterizzava e indubbiamente è minore anche la frequenza con cui si presentano. L’evoluzione della società moderna ha determinato forti cambiamenti nella concezione del periodo adolescenziale e dell’ingresso nel “mondo degli adulti”. Più che parlare di riti di iniziazione che segnano l’ingresso in una nuova fase della propria vita, si può parlare di momenti di passaggio che nella maggior parte dei casi non si presentano più connotati da una forte sacralità, da un certo mistero e capaci di segnare momenti incancellabili nella vita dell’iniziato, anche in modo alquanto eclatante; si tratta piuttosto di diversi momenti ognuno dei quali segna varie tappe dello sviluppo e presenta uno specifico conflitto da risolvere. Pensando alla teoria eriksoniana, tra le otto fasi psicosociali di sviluppo, forse la più importante è proprio quella adolescenziale il cui il dilemma cruciale è la costruzione dell’identità che fa seguito ad un periodo di ridefinizione e riorganizzazione del proprio Sé rispetto a se stessi e agli altri (Cigala, Zammuner, 2001). In questo caso il gruppo svolge una funzione di “laboratorio sociale” (Sherif, 1984) nel quale sperimentare ed identificarsi con vari ruoli ed identità.

Il rito di iniziazione, in maniera molto più simile a come lo abbiamo descritto precedentemente, lo ritroviamo tuttora presente in particolari contesti sociali e culturali. Non è infrequente che, per sentirsi accettati dai pari, gli adolescenti si sottopongano o meglio, accettino volontariamente di subire particolari rituali che consistono in prove da superare (dalle più innocue alle più pericolose) pur di entrare a far parte del gruppo. E’ il caso delle baby gang, del nonnismo in ambito militare e, soltanto in parte, del bullismo tra coetanei.

La corruzione dei riti: il caso delle confraternite americane

E’ possibile individuare una particolare evoluzione del fenomeno anche nei giorni nostri. E’ diventata un’usanza piuttosto diffusa soprattutto in America quella di sottoporre le matricole a riti di iniziazione preparati dagli “anziani” per ufficializzare l’ingresso dei “neofiti” nel mondo universitario. Recentemente una degenerazione di questa pratica è stata denunciata anche nella Scuola Normale Superiore di Pisa. In realtà gli studi sul fenomeno evidenziano come le sue origini risalgano a periodi medievali in Grecia, Nord Africa, ed Europa dell’Est (Nuwer, 2000) ma soltanto negli ultimi anni ha assunto maggiore visibilità e notorietà, forse anche in seguito alle denunce e alle conseguenze negative, che è in grado di causare; oltre a questo, ha assunto caratteri sempre più pervasivi ed è diventato un problema piuttosto allarmante che riguarda non solo il contesto scolastico (studenti, insegnanti, dirigenti scolastici e genitori) ma anche la società più ampia, coinvolgendo ragazzi d’età sempre minore.

Anche se potrebbero essere generalizzati ad altri contesti tra cui quello militare (basti pensare al nonnismo) e quello delle gang giovanili, nel caso in esame i riti d’iniziazione riguardano soprattutto studenti che vogliono entrare a far parte di confraternite, di gruppi di cheer leaders o gruppi sportivi.

Il termine più usato per indicare queste pratiche è quello di hazing con cui in generale si fa riferimento a tutte quelle attività che vedono il nuovo entrato sottomesso ad un anziano del gruppo. Questi esercita su di lui il proprio potere e lo mette in condizioni di subire forti pressioni, con gravi conseguenze in termini di autostima. In modo più specifico, la definizione del concetto comprende rendere servizi e favori di vario tipo, indossare abiti inusuali (travestimenti), subire intimidazioni, minacce, ostracismo, umiliazioni verbali e fisiche, stress mentale estremo e comportamenti che, fuori da quel contesto, sarebbero certamente lesivi della dignità personale. Molti sono costretti ad insopportabili deprivazioni di sonno o a stare per ore sotto la pioggia, in spazi piccoli e chiusi; altri a mettere in atto gravi comportamenti palesemente razzisti o discriminanti anche verso chi fa parte di gruppi e organizzazioni diverse dalla propria; altri ancora devono farsi tatuaggi, o vengono segnati con bruciature di sigarette, se non addirittura con marchi a fuoco. Molto spesso le “matricole” sono coinvolte in risse o giochi violenti fino ad arrivare a veri e propri pestaggi o addirittura stimolazione elettrica. Infine, l’ultimo e forse il più diffuso o quantomeno il più noto rito in cui sono coinvolti, è quello che prevede l’abuso di droghe, alcolici o ingerire sostanze potenzialmente molto dannose per la salute.

Risulta evidente che il fenomeno comporta chiari pericoli per gli studenti coinvolti, tanto sul piano fisico che psicologico; spesso si attua un’escalation per cui si comincia con vessazioni che hanno lo scopo soprattutto di intimidire e sottomettere per poi arrivare al coinvolgimento in pratiche pericolose e a vere e proprie violenze fisiche. Le conseguenze dal punto di vista psicologico sono in primo luogo perdita dell’autostima, difficoltà nella gestione delle relazioni con gli altri, difficoltà di concentrazione (con chiare ripercussioni nel rendimento scolastico); può essere modificata la percezione di se stessi in termini negativi, provando vergogna, sensi di inferiorità e di impotenza; molti hanno mostrato chiari sintomi depressivi o di un Disturbo Post Traumatico da Stress, visto il pericolo insito in gran parte di questi riti.

Dal punto di vista fisico, a seconda dei rituali subiti, ci possono essere danni permanenti e spesso le conseguenze di alcune pratiche sono state fatali. Secondo dati ufficiali, il primo decesso risale al 1905 (New York Times, 1905) e, ricostruendo una cronologia di questi eventi, è possibile individuare altri casi simili in cui quello che è iniziato quasi per gioco si è poi trasformato in tragedia. Di fronte a questi dati allarmanti, le stesse università hanno preso dei provvedimenti redigendo statuti e regolamenti, senza però riuscire veramente ad arginare il fenomeno. Questo in parte anche perché la pratica è piuttosto radicata nella cultura universitaria e quindi difficile da estirpare.

La noncuranza dei gruppi di confraternite verso le regole stabilite, associata all’assenza di consapevolezza della gravità delle pratiche attuate, segna un’impronta inconfondibile nelle decine (se non centinaia) di morti innocenti (Nuwer, 2001). Viene messo in scena una sorta di “battesimo” che però degenera in veri e propri sequestri di persona, annegamenti, violenze sessuali e abuso di alcolici fino addirittura al coma etilico, segno della brutalità con cui vengono realizzati (Nuwer, 1978).

La richiesta di partecipare ai riti può essere esplicita o implicita ma in entrambi i casi gli iniziati devono impegnarsi a rispettare alcune regole (altrettanto implicite), alcune delle quali sono mantenere il segreto, accettare tutto quello che il rito comporta e avere il massimo rispetto per le cerimonie e per chi le ha organizzate. Considerando la prima regola, gli abusi non vengono quasi mai denunciati, se non nei casi che hanno le conseguenze più gravi e visibili; in queste situazioni e se gli studenti si rifiutano di accettare le pratiche previste per entrare nel gruppo, le conseguenze sono forse più gravi dei riti stessi. Chi denuncia è, infatti, considerato un deviante, viene fortemente emarginato, umiliato e colpevolizzato (si usa spesso l’espressione “blaming the victims”) al punto da indurlo a cambiare istituto o, nei casi in cui il soggetto sia particolarmente fragile e sensibile agli attacchi degli altri, si può presentare un grave stato depressivo (conseguente all’isolamento e al crollo dell’autostima) che può spingere la persona a porre fine alle sue sofferenze attraverso il suicidio.

Analisi psicologico-sociale dei riti nei gruppi

Il rito si configura come la condizione necessaria per entrare a far parte del gruppo. L’accettazione da parte degli altri è uno dei bisogni umani più importanti, e la sua rilevanza viene ulteriormente amplificata durante l’adolescenza. In psicologia sono molte le teorie che evidenziano proprio questo aspetto. Si parla, infatti, di “motivazione all’affiliazione” (McClelland, 1985), cioè il desiderio di stare insieme con altre persone ed adeguarsi alle richieste del gruppo; “motivazione all’appartenenza” (Gardner et al., 2000) intesa come ricerca dell’aggregazione a gruppi di cui ci si sente membri; “bisogno di appartenenza”, secondo la piramide dei bisogni di Maslow (1954) definibile come il voler far parte di gruppi sociali sviluppando valide relazioni affettive con altre persone.

Da un lato, il fatto di riuscire a superare le cerimonie e le prove previste contribuisce a sviluppare il senso di autoefficacia, la self-efficacy di Bandura (1990); dall’altro, l’entrata nel gruppo soddisfa, e al tempo stesso sviluppa ulteriormente, il bisogno di successo o di realizzazione (need for achievement) (McClelland, 1985).

Tutti questi aspetti valgono per ogni persona, indipendentemente dalla fase di vita che sta attraversando; l’uomo, da sempre definito “un animale sociale”, ha una naturale tendenza ad associarsi con gli altri, creando delle società Nel caso in esame, siamo di fronte a ragazzi adolescenti che, vista la particolare età, vedono ancora più accentuati i bisogni che abbiamo appena citato. In questo periodo, infatti, emerge come bisogno fondamentale quello di sentirsi accettati, di orientarsi verso i valori della propria coorte mettendo in discussione il mondo degli adulti; il gruppo costituisce una base sicura e favorisce i processi di assimilazione e di differenziazione, è un contenitore di rapporti esclusivi (dalle amicizie ai primi rapporti sentimentali) e, soprattutto, aiuta a ricercare una propria identità (Coleman, 1980). Appartenere e frequentare il gruppo dei pari nell’adolescenza permette di sperimentare diversi ruoli, in modo tale da definire quella che sarà la propria identità autonoma, passando da una fase di diffusione (caratterizzata proprio da sperimentazione e identificazione) e di moratoria (Erikson, 1968), ad una di acquisizione dell’identità in seguito alla scelta e all’elaborazione di una sintesi tra le varie parti del sé conosciute nelle fasi precedenti (Cigala, Zammuner, 2001).

Il gruppo, in quanto forte punto di riferimento, è “legittimato” a chiedere gesti impegnati che valorizzino non solo il far parte di una nuova comunità, ma che siano capaci anche di evidenziare un cambiamento significativo, un momento di crescita e distacco rispetto alla vita passata. L’evoluzione e la maturità legate allo sviluppo psico-sociale comportano un incontro spontaneo con varie agenzie di socializzazione (oltre alla famiglia, al gruppo dei pari e ai diversi ambiti educativi) e con realtà associative di varia natura definibili “corpi intermedi” che coincidono con la società stessa, riprendendone le caratteristiche. E’ proprio all’interno di questi corpi intermedi che la personalità dell’uomo riesce a trovare la sua espressione, affiancando alla sfera privata quella sociale, una realtà diversa ed altrettanto ricca di significati.

Molte istituzioni tradizionali, come le Accademie militari, i seminari e le comunità monastiche, richiedono periodi di isolamento a fini pedagogici. Lo stesso isolamento può giocare un ruolo nel processo di formazione del nuovo ruolo, per interiorizzare le norme di comportamento e le regole del nuovo ruolo sociale (Di Fiorino, 1998).

In relazione all’acquisizione dell’identità, è interessante notare come, nella maggior parte dei casi, si presenti una sovrapposizione tra identità personale e sociale o di gruppo. L’adolescente può, infatti, annientare la propria personalità in quella collettiva attuando così quei comportamenti irrazionali (che possono sfociare nell’illegalità) e che ritroviamo nei riti di iniziazione. L’appartenenza al gruppo è rilevante per la percezione di sé e per incrementare o mantenere un’identità sociale positiva; questo determina anche il processo di categorizzazione sociale (con cui si discrimina l’ingroup dall’outgroup), fattore che contribuisce ad aumentare la coesione interna (Tajfel, 1985).

Secondo la Teoria di Categorizzazione del Sé (SCT), sarebbe proprio questo processo ad accentuare il carattere prototipico e stereotipico del gruppo, con il conseguente incremento della somiglianza percepita tra il soggetto ed i membri del proprio gruppo e realizzando una depersonalizzazione della percezione di sé dell’individuo (Turner, et al., 1987).

Altro elemento centrale nell’interpretazione dei comportamenti collettivi rituali risulta essere il pensiero di gruppo (group thinking), un processo collusivo in cui la discussione e il confronto sono di fatto ridotti al minimo (Janis, 1972). Rappresenta un modo di pensare che le persone mettono in atto quando sono altamente coinvolte in un gruppo coeso, in cui la tendenza della ricerca dell’unanimità è più forte delle motivazioni che ognuno possiede per intraprendere un’azione diversa. Applicato alla brutalità che accompagna molte iniziazioni, ci permette di comprendere meglio perché questa aggressività non si fermi neppure di fronte al rischio di morte.

E’ possibile individuare alcuni antecedenti specifici che favoriscono il group think; in primo luogo il gruppo è fortemente coeso, interdipendente, con un forte senso di appartenenza; si presenta isolato rispetto alle altre realtà sociali, con una scarsa attenzione alle opinioni alternative; i membri devianti vengono immediatamente allontanati, in modo tale da mantenere forte l’omogeneità ed il rispetto delle ideologie dominanti, sopravvalutando così l’unanimità e diffondendo la paura della diversità e del conflitto. Lo stress si presenta, quindi, ad alti livelli, a maggior ragione vista la leadership generalmente molto direttiva e autoritaria, che domina la scena e la discussione, lasciando poco spazio agli altri e favorendo o inibendo la loro partecipazione in base alla coerenza o meno con il pensiero del leader stesso.

In queste condizioni è piuttosto facile che si verifichi una presa di decisione per polarizzazione, un effetto della dinamica di gruppo che sottolinea la possibilità di consolidare posizioni estreme nei processi decisionali (Moscovici e Doise, 1992).

Quando si realizzano queste condizioni è abbastanza facile che, nella progettazione e realizzazione delle cerimonie di iniziazione, il gruppo non si ponga nessun interrogativo e proceda così a rispettare quanto è stato stabilito dai leader, visti come ideali da seguire ed imitare per cercare di raggiungere la loro stessa popolarità. Così come le stesse vittime-iniziati, anche chi mette in pratica il rito giustifica il proprio comportamento, considerandolo come giusto e anzi valoroso; i ragazzi stessi spesso li difendono, considerandoli come “divertenti” e sottovalutandone i possibili pericoli. C’è chiaramente una forte percezione di invulnerabilità ed una sottovalutazione delle conseguenze, accompagnata da processi di disimpegno morale (Bandura, 1977) e meccanismi difensivi (primo fra tutti la razionalizzazione) soprattutto da parte di chi agisce.

Inoltre, le ricerche relative ai ruoli presenti nei gruppi, dimostrano come i vari componenti si aspettano che i nuovi arrivati siano ansiosi, dipendenti, conformisti e passivi; mostrando queste caratteristiche, hanno maggiori probabilità di essere accettati più velocemente dagli anziani (Levine e Moreland, 1990).

Nell’analisi del concetto di identità di gruppo nei riti, dobbiamo far riferimento anche ad alcune teorie che sono state elaborate nell’ambito della prospettiva fenomenologica e della teoria della forma. Secondo la teoria di Heider (1958), tendiamo ad avvicinarci alle persone che ci aiutano a mantenere una visione coerente del mondo, cercando così di salvaguardare il nostro equilibrio interno. Rispetto al concetto di equilibrio, Thibaut e Kelly (1959), con la teoria dello scambio sociale, evidenziano come nelle relazioni interpersonali, gli individui tendono e massimizzare i propri profitti, minimizzando i costi.

Secondo questi approcci, quindi, gli iniziati si avvicinano a quei gruppi che percepiscono come più “simili” a loro e accetterebbero di subire le prevaricazioni degli anziani pur di guadagnarsi un posto nelle confraternite, sperando di poter godere di alcuni privilegi (che di solito vengono promessi dagli anziani stessi). Molti studenti, inoltre, entrando nel mondo universitario, si ritrovano in un ambiente sconosciuto, nuovo, lontani dalla famiglia e dagli amici e desiderano fortemente unirsi a questi gruppi più che per le loro ideologie, per avere relazioni sociali soddisfacenti ed essere accettati.

Dal punto di vista degli “iniziandi”, la brutalità e la violenza espressa durante le iniziazioni potrebbero essere spiegate come un giusto prezzo da pagare per essere accettati e per beneficiare dei privilegi e della popolarità che tutto questo comporta; così come potrebbe essere un modo per “vendicarsi” e sfogare la rabbia per le violenze che loro stessi hanno subito per arrivare ad essere gli “anziani” del gruppo. In ogni caso uno stato di frustrazione, di eccitazione, la presenza di stimoli o situazioni capaci di evocare o facilitare una condotta aggressiva possono in diversi modi aumentare la probabilità che il comportamento violento siano messo in pratica (Arcuri, 1995).

Le cerimonie di iniziazione presentano, inoltre, molti aspetti comuni a vere e proprie sette (Nuwer, 2001). Come in questi, infatti, gli anziani (dopo aver garantito loro che, una volta entrati nel gruppo le violenze sarebbero cessate automaticamente) promettono ai nuovi membri di risolvere problemi di vario tipo, di aiutarli nelle difficoltà e sostengono di avere una soluzione per ogni cosa, presentandosi quasi come depositari di speciali conoscenze e saperi. Come membri ufficiali di confraternite, devono impegnarsi ad appoggiare in tutto e per tutto i compagni (in-group), schierandosi contro gli altri gruppi (out-group). Anche in questi contesti, sono presenti dei simboli che vengono utilizzati durante la cerimonia di iniziazione ed è previsto che tutti mantengano il silenzio rispetto a quello che viene fatto all’interno del gruppo, enfatizzando il carattere segreto (Singer, 1996).

La confraternita cerca di mostrarsi autoritaria e di mantenere il controllo totale sui suoi membri, sia sul piano del comportamento che su quello dei pensieri, e in buona parte si impegna ad allontanare ciascun partecipante della famiglia di origine, dalle vecchie amicizie proponendo una nuova “famiglia” rappresentata dal gruppo stesso; in questo senso cerca di sviluppare legami di dipendenza tra i ragazzi, presentando un proprio sistema di credenze per una migliore manipolazione. E’ alla luce delle nuove norme e valori che gli stessi studenti interpretano in modo diverso tutto quello che sono costretti a subire, giustificando ancora di più le violenze messe in atto, modificando i loro processi di attribuzione di responsabilità (Tajfel, 1985). Infine, se l’ingresso nel gruppo si presenta difficile e doloroso, altrettanto lo è l’uscita, con conseguenti minacce, umiliazioni, isolamento dalle attività sociali, discriminazioni e ostracismo (Singer, 1996).

Conclusioni

Come risulta evidente il fenomeno può assumere caratteri e proporzioni piuttosto preoccupanti. Abbiamo visto che con il termine hazing si richiama ogni azione o situazione creata intenzionalmente, molto spesso promosse dalle confraternite o in generale da gruppi giovanili, che sono tese ad arrecare danno, disagio, imbarazzo e a molestare (fisicamente e psicologicamente). Tutto questo può essere considerato una vera e propria violazione dei diritti umani (Nuwer, 2001). Le vittime vivono un senso di privazione e negazione della propria dignità; sono umiliati ed il trauma che ne consegue può compromettere significativamente ed in modo permanente la qualità della loro vita.

Il problema chiama in causa diverse figure; gli stessi insegnanti e educatori sono spesso a conoscenza di questi fatti ma preferiscono considerarli delle “ragazzate” piuttosto che intervenire.

E’ chiaro che la ricerca dell’approvazione dei coetanei è uno degli aspetti caratterizzanti l’adolescenza ed in quanto tale deve essere vigilato, per quanto possibile. Devono essere favoriti tutti quei contesti e quei gruppi (fortunatamente esistenti), che cercano di far ambientare i ragazzi, con metodi e strumenti leciti, rispettandone l’individualità (Driver, 1991).

E’ necessario valorizzare il ruolo delle agenzie di socializzazione (compresi i gruppi dei pari) e incoraggiare la creazione di associazioni di varia natura in quanto costituiscono dei validi punti di riferimento, riuscendo anche a sviluppare le doti personali, lo spirito di iniziativa ed il senso di responsabilità nella consapevolezza dell’importanza che gli altri possono avere per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Si deve riflettere sui risultati non soddisfacenti ottenuti con la demonizzazione dei rituali delle confraternite. Riteniamo sia più efficace un atteggiamento di comprensione del ruolo effettivamente svolto dalle confraternite universitarie, come dai circoli sportivi. Possono essere rivalutati anche gli stessi rituali (purché non comportino conseguenze dannose per la salute psico-fisica) ed il significato ad essi attribuito, in quanto rappresentano degli episodi simbolici che sanciscono momenti importanti nello sviluppo e nella maturazione della persona.

Uno di noi lo ha sostenuto anche a proposito di gruppi controversi come i cults (sette religiose): l’attenzione della società può esercitare un influsso favorevole sull’evoluzione dei “culti” più controversi (Di Fiorino, 1998).

Dobbiamo trovare un punto di equilibrio che sia rispettoso di entrambi i valori in gioco: la libertà di aderire a realtà gruppali, che si sono date rituali di iniziazione, ma anche la tutela della salute dei giovani più fragili.

Infine, è importante prevenire la formazione del “pensiero di gruppo”, creando la possibilità di rapportarsi con altri gruppi, cercando di analizzare vari punti di vista prima di prendere una decisione. Per fare questo dovrebbe essere nominato anche una sorta di “avvocato del diavolo”, che rimetta in discussione le idee del gruppo. Il leader dovrebbe essere imparziale e rispondere a criteri di autorevolezza e democraticità piuttosto che autorità (Janis, 1983).

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