Psicoterapia

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L’efficacia clinica delle psicoterapie di gruppo (Emanuela Coppola)

QUADRIMESTRALE
DIRETTO DA MARCO CASONATO
REG. TRIB. DI URBINO
N. 215 DEL 25-06-2004
ISSN 1123-766X

Libreria C.U.E.U. delle Edizioni QuattroVenti

+39-07222588

Gianluca Lo Coco, Claudia Prestano, Girolamo Lo VersoL’efficacia clinica delle psicoterapie di gruppo” Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 222, 2008 , € 22,00  La storia della ricerca in psicoterapia ha seguito un percorso evolutivo di progressivo dialogo e integrazione tra approcci che privilegiano, da un lato il rigore metodologico e la plausibilità statistica dei risultati, e dall’altro approcci maggiormente interessati alla significatività clinica e alla “esportabilità” delle scoperte empiriche nel setting terapeutico (Dazzi, Lingiardi, Colli, 2006).

Questa tensione integrativa è stata la pre-condizione per la nascita dell’attuale orientamento process-outcome research (Orlinsky et al., 2004), che si propone di studiare, a diversi livelli, la relazione tra ciò che accade in terapia e i risultati della stessa, tentando di conciliare efficacia sperimentale (“se” una psicoterapia funziona) ed efficacia clinica (“perché e come”  funziona).

Muovendosi in questa prospettiva d’interlocuzione e confronto tra ricerca empirica e pratica clinica, l’obiettivo centrale di questo testo, largamente raggiunto dagli autori, è quello di fornire una rassegna aggiornata sull’efficacia clinica dei trattamenti e su quegli aspetti del processo terapeutico configurabili come facilitatori di miglioramento sintomatologico, personologico e relazionale dei pazienti.

Il processo d’ideazione che ha dato origine al lavoro, qui recensito, sembra inserirsi in una terra di mezzo,  rappresentata dal comune interesse di clinici e ricercatori rispetto al modo in cui i pazienti in terapia di gruppo possano migliorare significativamente e circa le strategie terapeutiche da adottare in direzione dell’efficacia clinica.

Centrare l’attenzione sulla psicoterapia di gruppo, in un testo che si prefigge elettivamente obiettivi  scientifici, scaturisce da una precisa ragione d’ordine epistemologico e metodologico che chiama in causa la complessità del format gruppale.

Nei gruppi, infatti, si attivano dinamiche circolari che interconnettono, spesso in modo caotico, pensieri, emozioni, vissuti, idee. Questi contenuti psichici, che dalle singole menti vengono trasfusi nell’intreccio multipersonale, contribuiscono a creare il campo di gruppo, a cui a loro volta i membri attingono, in seguito ai “rimpasti emozionali” e alle articolazioni di senso prodotte dalla relazione in atto. Questa complessità riguarda il dato strutturale del format di gruppo che risulta ampiamente condivisibile da tutti gli psicoterapeuti, perchè oltrepassa i singoli modelli teorico-tecnici che guidano il trattamento.

La complessità è una dimensione trasversale tanto all’impegno scientifico quanto all’arte psicoterapica.

La ricerca clinica, d’altro canto, si deve servire di uno sguardo complesso (Di Nuovo, Lo Verso, Di Blasi, Giannone, 1998) capace di vedere la conoscenza come influenzata da molti fattori e “costruita sulla probabilità” (Westen, 2002), cioè in grado di sfidare l’incertezza dei risultati e la loro degradabilità nel tempo.

Gli autori mettono in luce, attraverso una penetrante intuizione, come la complessità del gruppo si specchi nella difficoltà della ricerca empirica, impegnata nello studio di un set di variabili tra loro inestricabilmente intrecciate e quasi mai riconducibili ad un unico livello d’analisi.

È all’insegna di questa stretta parentela epistemologica che la pratica clinica dei gruppi e la ricerca scientifica in psicoterapia s’incontrano, fecondandosi reciprocamente, per definire i criteri di efficienza ed efficacia clinica .

Tuttavia, la ricchezza euristica e clinica del gruppo sembra smorzata dalla singolare equazione,  ingiustificatamente formulata rispetto alle terapie di gruppo, che equipara il loro essere poco studiate al loro non essere efficaci. A fronte di simili provocazioni e in un contesto in cui inflaziona l’applicazione dell’approccio evidence-based, gli autori esprimono la loro preoccupazione per l’arretratezza nel campo della ricerca empirica che contraddistingue le psicoterapie di gruppo. Studiare l’effectiveness di questi trattamenti consente, invece, agli psicoterapeuti di pensare in modo nuovo il proprio lavoro e permette di estendere il metodo scientifico al “contesto della scoperta” (Westen, Morrison, Thompson-Brenner, 2004), con il quale si definisce appunto la pratica clinica,  rendendolo allo stesso modo un “contesto di verifica” in nome di quel “tornaconto scientifico” che Freud (1927) considerava “il tratto più eminente e lieto del lavoro clinico”.

Sono queste le forti motivazioni addotte alla pubblicazione di un testo siffatto che, in ultima analisi, auspica l’impiego di una pratica terapeutica gruppale empiricamente fondata, calibrata su specifici parametri di scientificità a cui si aggiunge un’innegabile eco-nomicità, confermata dall’invidiabile rapporto costi-benefici.

Il testo segue un percorso ad imbuto che consente al lettore di muoversi agevolmente tra dimensioni macroscopiche della ricerca in psicoterapia di gruppo e, allo stesso tempo, di soffermarsi su particolari argomenti d’interesse.

In una prima parte viene presentato un quadro generale, ma esaustivo, della ricerca in psicoterapia di gruppo che esplora i paradigmi epistemologici, i criteri metodologici, i punti di forza e di debolezza su cui si fondano le evidenze relative agli esiti dei trattamenti.

Nella seconda parte, passando in rassegna metodi di lavoro che richiedono approcci puntuali e, per alcuni aspetti, innovativi, il testo offre contributi specifici sulle modalità di conduzione della ricerca sui gruppi in diversi contesti europei (Italia, Germania e Norvegia). Ne emerge un confronto molto stimolante, oltre che scientificamente significativo, tra le diverse tradizioni cliniche e di ricerca e sulle traiettorie seguite in alcuni paesi europei per rispondere alle esigenze locali.

Nei capitoli dedicati allo studio del processo terapeutico, il gruppo è interpolato, da un lato, con l’enucleazione di quegli elementi comuni che favoriscono il miglioramento dei pazienti e, dall’altro, con l’attenzione agli aspetti peculiari di cui ciascun modello e scuola di pensiero si fanno portavoce. Di estrema lucidità scientifica è la cautela rispetto al rischio di faziosità teorica che viene sventata nella presentazione delle principali modellistiche del lavoro psicoterapeutico con i gruppi.

La diramazione dei contenuti prosegue, nella terza parte, passando al vaglio del setting gruppale diversi quadri clinici che traggono un effettivo profitto da questo tipo di trattamento, quali i disturbi del comportamento alimentare e le dipendenze patologiche. Questo excursus, di massima avanguardia, non rinuncia all’esplorazione dei gruppi terapeutici virtuali, avventurandosi in un terreno difficile e non certo esente da critiche e dibattiti accademici come può esserlo la neonata “terapia di gruppo via Internet-chat” a cui è riservato un intero capitolo.

Tutti gli approfondimenti clinici sopraccitati sono accompagnati dai principali risultati legati al processo terapeutico specifico di tali gruppi.

Inoltre, se una delle ambizioni riposte in questo lavoro è quella di spingere gli psicoterapeuti ad uscire dall’autoreferenzialità terapeutica ed intraprendere un dialogo scientifico su una piattaforma internazionale è allora indispensabile fornire loro delle coordinate operative che non trasformino questa spinta in un mero proposito speculativo senza possibilità di realizzazione. È in virtù di questa vocazione all’utilità, sia rispetto all’applicazione che alla verifica del lavoro clinico, rintracciabile in tutto il testo, che esso si correda di un’appendice dedicata alla versione rivista della CORE Battery sviluppata dall’American Group Psichotherapy Association.

La presentazione della task force CORE-R fornisce le linee guida per una (auto)valutazione che si avvale di strumenti di selezione, di esito e di processo psicometricamente validi e testasti empiricamente, la cui efficacia è ampiamente riconosciuta dalla letteratura di gruppo.

In conclusione, “L’efficacia clinica delle psicoterapie di gruppo” rappresenta un’autentica risposta al limitato numero di ricerche in grado di chiarire il rapporto tra le variabili di processo e quelle di esito che si intreccia nel corso del trattamento di gruppo.

D’altra parte, l’aspetto maggiormente innovativo proposto nel libro è la costruzione di un’arena di confronto trans-teorico e transnazionale sulla psicoterapia di gruppo, da qui deriva la possibilità d’interfacciare ricerca empirica e pratica clinica, studi di esito e di processo, scuole e modelli d’intervento culturalmente diversi. Tutto ciò sembra teso a conciliare la ricchezza dell’incontro clinico con l’attenzione agli aspetti metodologici, rifiutando l’idea di un ricerca extraclinica, che prende le mosse da campioni e trattamenti “puri” di laboratorio tra i quali scegliere solo quelli che hanno dato prova di efficacia una volta trasposti nella pratica clinica.

L’arena di scambio e avanzamento scientifico è il gruppo stesso che diventa contenitore di pensiero complesso e contesto privilegiato di riflessioni integrate poiché è un format già strutturalmente dotato di parti interattive multiple che sono in relazione tra di loro e si modificano nel tempo

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